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Un’apprezzabile partenza

Siamo spesso abituati ad ascolti tecnicamente ineccepibili, tuttavia sempre più carenti di originalità. Difficilmente, invece, avviene l’inverso. È, invece, il caso degli svedesi Seventh Wonder, capaci di fondere un’ottima melodia con una discreta potenza, scale epiche e temi musicali a metà tra il power ed il prog. Combinando elementi di Malmsteeen, Rainbow e Royal Hunt alle sonorità A.O.R. scandinave, i Seventh Wonder ci regalano un debutto degno di tutto rispetto. Dal che, se si considera il breve lasso di tempo sfruttato per la registrazione (poco più di un mese) e la giovane vita della band, non può non parlarsi di un risultato apprezzabile.
Se c’è qualcosa che non va nell’album è il bilanciamento tra i suoni, che non si distinguono con precisione ed appaiono tutti concentrati in una lotta per la sopraffazione. Il basso e la tastiera sono spesso in primo piano a discapito delle sei corde che, forse a causa dei frequenti richiami a Malmsteeen, ci si sarebbe atteso essere più presente e determinata ed invece resta coperta. Anche la voce, comunque intonata al genere ed alle melodie, talvolta risulta priva di mordente e pathos. Insomma, si avvertono evidenti gli spazi vuoti tra le note. Forse proprio per questo la band riesce a dare il meglio di sé nella traccia unplugged che chiude il lavoro.

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