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Fare musica demenziale, e non fare ridere

Potrebbe essere interessante discutere di “Abbey Ruzz” in termini di rapporto tra liriche e contenuto musicale; si noterebbe, forse, come gli ascoltatori si possano polarizzare tra chi apprezza lo sforzo di costruire un disco di punk demenziale che abbia anche uno spessore artistico e chi, invece, preferisce dedicarsi al ricercato contenuto lirico del disco degli Sgroove.

Potrebbe essere interessante ma non lo è, per un motivo semplice: “Abbey Ruzz” nasce per far sganasciare l’ascoltatore, e non ci riesce nemmeno per sbaglio.
Siamo nel 2009, Gem Boy e Prophilax hanno già imperversato negli stereo dei giuovini cazzoni scanzonati che fummo un tempo, i più vecchiotti hanno già avuto modo di godere della sboccatezza di Squallor e Skiantos. A cosa serve, allora, un gruppo che scrive canzoni come “Un Trans Chiamato Istor Lo Chiamerò Transistor” e, tra un testo boccaccesco e una volgarità in pieno stile Vanzina, non ha nemmeno il coraggio di dire “… e ora dammi il culo”?

La risposta è semplice: a nulla. Ci vuole stile in tutto, anche nel far ridere usando strumenti verbali basilari come i riferimenti sessuali e scatologici. Gli Sgroove non ne hanno neanche un’oncia. Se ascoltando “Abbey Ruzz” vi dovesse capitare anche solo di sorridere, be’, vi consigliamo “Un’estate al mare”; nei migliori cinema!

Questo spazio è riservato a un disclaimer: si era pensato a una bocciatura anche più netta – per esempio un bel 2 –, ma siccome siamo pur sempre persone serie dobbiamo riconoscere agli Sgroove che “Abbey Ruzz” è ben suonato e ben prodotto, e musicalmente banale ma sufficiente. Poi è chiaro, se un disco nato per far ridere non riesce a strappare nemmeno mezzo sorriso a chi ascolta, amici Sgroove, potete dire addio al 6 in pagella.

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Contro

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