Home > Interviste > Sguardi di giuria

Sguardi di giuria

Una giuria non è solo una commissione giudicatrice ma un insieme di occhi differenti sul mondo e, se parliamo di un festival, sul cinema e i suoi linguaggi. Alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro la giuria è piccola ma la varietà garantita: il critico del “Messaggero” Fabio Ferzetti, la regista Marina Spada e l’attrice Isabella Ragonese, che domenica 26 giugno hanno premiato il film coreano “Musanilgi” (“The Journals of Musan”) di Park Jung-bum, sono i tre sguardi posati sull’edizione 2011 del festival marchigiano.
Un’edizione dal programma snellito e concentrato in un’unica sala (le difficoltà finanziarie si fanno sentire) ma particolarmente vitale nella decisione di rendere la rassegna non solo un luogo dove proiettare e vedere film ma nel quale fare e produrre cinema: Luca Guadagnino era infatti presente all’incontro con Bernardo Bertolucci di sabato 25 per raccogliere materiale video in vista di un documentario di prossima realizzazione.

Un progetto che piace particolarmente a Fabio Ferzetti: «L’idea di usare i festival come spazio produttivo è ottima e mi domando anzi se esistano possibilità ulteriori, magari scavando negli archivi delle televisioni o delle istituzioni culturali; oggi le tecnologie video sono molto più leggere e i metodi per informarsi, anche sul cinema, sono certamente più veloci, tuttavia credo che ci sia una grande ricchezza nel passato di un Festival come Pesaro che per me, a partire dalla fine degli anni ’70, ha rappresentato un luogo importante di scoperte, visioni e incontri».
[PAGEBREAK] La giovane attrice Isabella Ragonese vede il proprio ruolo di giurata come un’occasione di dialogo e confronto, «che non sempre gli attori come me riescono a vivere», con persone impegnate in settori professionali differenti.
Benché non abbia potuto fare esperienza, «per ragioni anagrafiche», della prima fase storica del Festival nato nel 1964, Isabella ne avverte indirettamente l’importanza: «Credo – perché l’ho imparato facendo l’attrice – che la memoria passi anche attraverso vie misteriose e so che se tanto cinema venuto da lontano ha guadagnato visibilità è anche merito della Mostra di Pesaro, un festival più a misura d’uomo rispetto a tanti altri che fungono da semplice vetrina».

Esistono luoghi, insomma, dove si cresce e si impara e uno di questi è certamente il Teatro Valle, occupato dai lavoratori dello spettacolo dopo che la cancellazione dell’Ente Teatrale Italiano, impegnato nella gestione dello storico teatro romano dal 1955, ha di fatto bloccato le attività del teatro stesso.
«Il Valle in questo momento è aperto ed è bellissimo vederlo così pieno e rispettato, si avverte un grande amore per il luogo. L’occupazione è l’ultimo passo di una protesta già iniziata tempo fa, ma rimasta inascoltata, all’annuncio della chiusura dell’ETI. Quel palcoscenico non è importante solo da un punto di vista simbolico, è sempre stato anzi qualcosa di estremamente concreto, un vero e proprio servizio formativo e culturale: il Valle ospitava tradizionalmente le monografie di scena che per me, nata e vissuta in Sicilia prima di arrivare a Roma, sono state indispensabili per conoscere opere e personalità del teatro italiano» spiega Isabella, che alle giornate di occupazione ha contribuito con una lettura di una poesia di Antonio Neiwiller («una delle persone che più mi hanno segnata nella scelta di diventare attrice teatrale»).

«L’esperienza di occupazione del Valle per me si inserisce in un più ampio processo di riappropriazione degli spazi pubblici, nel quale includo anche la manifestazione dello scorso 13 febbraio, quando le donne hanno riempito spontaneamente le piazze: sono iniezioni di forza, mi fanno sentire meno sola. In questa lotta contro l’individualismo e il disinteresse, il cinema ha un ruolo di primo piano nel formare un pubblico libero, attivo e indipendente che non sia mai una massa indistinta sulla quale imporre modelli» conclude Isabella.
[PAGEBREAK] Il cinema come strumento di partecipazione civile è anche al centro dell’esperienza d’autrice di Marina Spada, coinvolta di recente nella realizzazione di “Milano 30 Maggio“, un documentario collettivo sulla settimana che ha preceduto il ballottaggio di Milano e l’elezione del nuovo sindaco Giuliano Pisapia: «Milano è una realtà cinematografica molto particolare, rappresenta la periferia dell’impero, rispetto a Roma, e cerca di proporre un cinema diverso, di ricerca, in cui rientrano anche questi progetti collettivi» racconta la regista.

«Lavorare in gruppo non è mai facile, tuttavia intorno a questo progetto sulle elezioni comunali c’è stata da subito grande sintonia: il 48% dei voti ottenuto da Pisapia al primo turno è stato un evento scioccante, io ho addirittura pianto e insieme abbiamo capito la necessità di documentare un momento così significativo e delicato per la città», aggiunge Marina Spada, sottolineando la volontà di completare il lavoro entro la fine dell’estate e soprattutto portarlo nei cinema.

Scroll To Top