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Shaaman: Confessioni di sciamano

Cambiato il monicker per evitare strascichi legali (oggi è Shaaman, non più Shaman) e cambiata la label per avere una maggior esposizione promozionale, tornano sul mercato gli ex-Angra Mariutti-Confessori-Matos con un nuovo album, “Reason”, nel quale sono state riposte tante speranze, più o meno segrete, e tanta voglia di andare avanti e ritagliarsi uno spazio sempre più proprio. Di questo e altro abbiamo parlato con il singer della band brasiliana, André Matos.

Innanzitutto, il monicker.
In realtà è stato semplicemente modificato, con una “A” in più, perché c’era un’altra società che aveva i diritti su quel nome – i nostri avvocati ci hanno suggerito di modificare il nome per non entrare in cause legali che non si sa quando sarebbero finite o costate.
Abbiamo pensato a come e cosa modificare e alla fine la soluzione migliore ci è sembrata quella “A” in più. Inoltre il logo del gruppo, che in effetti è la cosa che rimane più impressa nella mente del pubblico, è rimasto quasi uguale, praticamente c’è soltanto un’ombra in più dietro la prima “A”. È la lettera in più del nome, che quindi cambia, ma sembra sia tutto tale e quale!

In realtà, non è soltanto il monicker ad essere stato modificato: “Reason” propone un sound piuttosto diverso da quello di “Ritual”, sei d’accordo?
Io la chiamerei evoluzione: “Reason” è il prodotto della naturale evoluzione del nostro sound.
“Ritual” è stato il disco che all’epoca abbiamo ritenuto perfetto per la band, sebbene fosse in realtà un po’ un disco di transizione tra quello che eravamo soliti fare con gli Angra e quello che avremmo dovuto fare come Shaaman. Oggi posso dire che siamo arrivati per la prima volta a definire un nostro stile vero e proprio, una nostra vera e propria personalità – secondo me anche abbastanza personale!

Una delle maggiori differenze rispetto al passato è la marginalità del ruolo che le influenze etniche, alle quali in passato avevate collegato la vostra carriera artistica, hanno oggi assunto. Una scelta che potrebbe disorientare buona parte del vostro pubblico, non pensi?
È stata una scelta derivante dalla volontà di fare di questo disco un’esperienza propria di questa band, senza influenze derivanti da fattori esterni, come ciò che eravamo soliti fare altrove…
Così, se nel passato le influenze etniche, oppure classiche, sinfoniche e altro avevano un ruolo preponderante, oggi abbiamo deciso in qualche modo di voltare pagina e di concentrarci su altre cose e di rendere la band come l’elemento cardine dell’intero sound, tutto il resto deve fare solo da contorno. Così, infatti, le influenze tipiche del nostro passato, oppure passaggi elettronici e tutto il resto fa da complemento alla band – la band è il fulcro di tutto! Non è che ci sono meno influenze di prima: semplicemente funzionano in modo diverso dal passato! Anche perché dal vivo, certe parti, non sono mica tanto facili da riprodurre, per una questione di mezzi. Bisogna ricorrere a pre-registrazioni, sequencer e cose così, che a noi non è che piacciano granché. Quindi abbiamo scelto di dare un taglio anche più “live”, in questo senso, alle canzoni di Reason.
Oggi è così, poi per il futuro chissà: noi non precludiamo alcuna possibilità, semplicemente staremo a vedere quali saranno le nostre intenzioni!
[PAGEBREAK] Il tuo modo di cantare è ulteriormente cambiato, rispetto a quanto avevi fatto su Reason: canti in maniera ancora più aggressiva, e il risultato pare addirittura migliore rispetto a quello di “Ritual”.
Dipende dalle parti, in realtà… Su “Innocence” o “Born to Be” puoi sentire uno stile più delicato e soave – perché sono canzoni che hanno bisogno di un’interpretazione simile. Poi, in canzoni più aggressive ed heavy, come “Turn Away” o “Scarred Forever”, servono vocals più grintose. Insomma, con le mie interpretazioni cerco di seguire il feeling generale della canzone, cerco di fare quello che serve davvero alla canzone. In passato ero noto per essere uno che cantava su tonalità altissime, con una voce cristallina e soave, sempre e comunque – anche se poi, dal vivo, le cose cambiavano: in concerto, anche le canzoni dei primi dischi degli Angra tendevo a cantarle in maniera più aggressiva e ruvida. Non so perché, forse per l”emozione, per l’eccitazione del concerto. Quindi, quello che ho cercato di fare ultimamente è cercare di cantare in studio nella stessa maniera in cui canterei dal vivo. Addirittura alcune persone che hanno ascoltato il disco non mi avevano nemmeno riconosciuto.

Confesso che in alcune parti di “Reason”, anch’io trovo si fatichi a credere che quella sia davvero la tua voce.
Grazie, per me è un gran complimento! Secondo me tutti i cantanti dovrebbero cercare di cantare in maniera diversa, di fare cose diverse, per arricchire di varie sfumature le proprie interpretazioni e ottenere risultati sempre migliori. Io, in realtà, sono piuttosto critico nei confronti di me stesso, certo non sono il tipo che si adagia sugli allori…

…e forse è la strada giusta per riuscire a migliorarsi e a progredire sempre, passo dopo passo.
Io la penso esattamente così! Perché se sei troppo soddisfatto di quello che fai, non c’è modo di riuscire ad andare oltre, perché ti mancherebbero stimoli e motivazioni. Certo poi non bisogna nemmeno passare all’eccesso opposto, critiche eccessive creano solo sfiducia e null”altro. Ci va un po’ di tutto, insomma, bisogna cercare di essere per quanto possibili realisti e oggettivi!

Torniamo su “Reason”. “Innocence” mi ha ricordato alcune cose del progetto Virgo (progetto rock di André insieme a Sacha Paeth NdR), non trovi anche tu?
Sì, in effetti può essere – soprattutto con un pezzo come “No Need To Have An Answer”, forse per il fatto che inizia con il pianoforte e la voce, poi entra la band.

E poi anche per il fatto che “Innocence” ha un feeling piuttosto bluesy, come gran parte del disco dei Virgo.
Sì, hai ragione, e ti dirò anche che sei stato l’unico giornalista, finora, ad aver riconosciuto la radice blues di “Innocence”! Merito soprattutto del solo di chitarra di Hugo (Mariutti, chitarrista della band Ndr).

Che in effetti è un gran bell’assolo.
Sì, sono d”accordo: è riuscito a trovare le note giuste e la sonorità giusta. In quel solo usa una Fender Stratocaster al posto della Gibson Flying V che suona di solito. Bel feeling, bella prestazione, insomma, ha fatto un gran bel lavoro!

Ma, parlando di Virgo: uscirà mai un secondo album?
A noi piacerebbe molto fare un altro disco insieme. Abbiamo anche del materiale più o meno pronto, ma non riusciamo mai a trovare il tempo per lavorarci sopra. Soprattutto Sacha, con l’attività del suo studio (Gate-Studios, in Germania, che ospita tra i tanti altri anche Rhapsody e Kamelot Ndr): pensa che ha lo studio prenotato da qui a due anni! Vedremo, se riuscissimo a trovare il tempo necessario, il disco lo faremmo ben volentieri!
[PAGEBREAK] Senti: ti va di dirci cosa ne pensi dei nuovi Angra? Questo Edu Falaschi?
Guarda, ad essere onesto, ho ascoltato soltanto “Rebirth”, non ho ancora avuto occasione di ascoltare l’ultimo (Temple Of Shadows NdR). Quello che mi sento di dire è che appare abbastanza chiaro il fatto che le nostre band hanno preso strade piuttosto diverse. A posteriori possiamo dire che è tutto abbastanza logico, perché se prendi l’ultimo disco che abbiamo fatto insieme, “Fireworks”, senti chiaramente come l’album si sviluppi in due differenti direzioni. Alcune canzoni seguono una scuola più orientata alla tecnica e al virtuosismo, mentre altre sono più emozionali, più dirette: ecco, queste sono esattamente le due direzioni che hanno preso le due band nate dal nostro split. E in questo stanno tante delle ragioni che hanno portato allo split stesso, che ritengo sia stato molto importante per entrambi, perché ha consentito a ciascuno di noi di proseguire lungo la strada che sentiva più vicina alla propria sensibilità. Oggi gli Angra fanno dei dischi assolutamente competitivi, dei prodotti altamente professionali realizzati da musicisti che, puoi sentirlo, certo non sono dei dilettanti – ma certo non è la musica che mi piacerebbe suonare, allo stato attuale delle cose!
Edu Falaschi è uno dei migliori cantanti brasiliani attualmente in circolazione, è stata sicuramente un’ottima scelta da parte loro. Anche se devo ammettere che chiunque si trovi nella posizione di dover sostituire qualcun altro, deve “imporre” il proprio stile, non dovrebbe cercare di seguire la strada del suo predecessore. Non è un discorso di meglio o peggio, è soltanto che ognuno deve seguire la propria via artistica. Pensa agli Ac/Dc, agli Iron Maiden, ai Van Halen: quando hanno dovuto sostituire il proprio cantante, hanno scelto artisti con una forte personalità, che hanno finito per caratterizzare il sound della band. Secondo me quella è la strada giusta da seguire. A riprova, pensa ai Judas Priest, che per sostituire Rob Halford hanno chiamato praticamente un suo clone come Ripper Owens, bravissimo per carità, ma il pubblico non è che abbia reagio così positivamente…

Parlando degli Iron Maiden: è vero che hai rischiato di entrare nella band al posto di Bruce Dickinson?
Sì, è vero. All’epoca il management della band stava cercando un sostituto per Bruce, e qualcuno diede loro il mio nome, forse perché avevano già avuto modo di ascoltare “Angels Cry”, l’album di debutto degli Angra. Mi chiesero di mandare un po’ del mio materiale e io lo mandai, anche se non ho mai creduto che avrebbero potuto scegliere davvero me. Poi non si mosse più una foglia, finché non venne presentato il nuovo cantante, Blaze Bayley. Ho poi saputo che il mio era il 3° nome della lista dei possibili sostituti.
È andata così, ma sono contento perché sarebbe stata una responsabilità enorme per un ragazzo di 22 anni, e poi avrebbe sicuramente rovinato tutto ciò che stavamo iniziando a costruire come Angra, all’epoca avevamo appena fatto soltanto un disco, eravamo appena agli inizi.

Probabilmente, è andata davvero bene così.

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