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    Shadow’s Mignon

    Data di uscita: 02-10-2009

    Loudvision:
    Lettori:

La zona franca

Capita a tutti di nascondere nell’armadio, oltre ai consueti scheletri, anche vestiti ormai fuori corso, con la speranza che, mutando un giorno la moda, si possa tornare a indossarli come capi nuovi.
Abbiamo l’impressione che alla musica succeda la stessa cosa. Ma qui il discorso è più difficile: perché a stabilire i costumi non è la copertina di Vogue, ma l’intuito dell’artista. Che non sempre ci prende.

Ed è il caso di Hennig Pauly, artista già al soldo di LaBrie e Sebastian Bach, che non ha saputo contenere le proprie velleità di defender ottantiano, sfoderando un album fuori tempo e fuori spazio. Da un lato, infatti, “Midnight Sky Masquerade” riporta elementi di un true metal che oggi può commemorare solo chi in passato è stato appropriato (e tempestivo) paladino. Dall’altro lato, questa mascherata è coerente, come il cacio sulla frutta, sia al nutrito catalogo della Progrock, sia al passato da progster di Hennig.

C’è eterogeneità e difficoltà di direzione. All’album manca il navigatore satellitare e si perde in disparati tentativi di emulazione. Forse siamo cresciuti, forse siamo diventati solo più smaliziati. Ma non ci divertono, né ci fanno sorridere titoli come “A Slave To Metal”, “All Hail The Warrior”, “Kingdom Of The Battle Gods”: l’assenza di contenuti non è supplita neanche dall’autoironia.

La musica può anche non essere bella. Ma non le si può perdonare il fatto di non saper divertire. Ed il primo tentativo degli Shadow’s Mignon funziona come la pipì di una prostata anziana.

Pro

Contro

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