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  • Shadows Fall: The Art Of Balance

    Shadows Fall

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Molta tecnica, meno emozione

In tutta onestà mi aspettavo davvero qualcosa in più dal nuovo lavoro degli Shadows Fall, terzo album della band per Century Media dopo “Fear Will Drag You Down” e “Of One Blood”. Certo non c’é che dire, questo nuovo “The Art Of Balance” rispecchia totalmente il titolo che porta, perfettamente bilanciato tra melodia, aggressività e potenza, con un riffing death/thrash davvero efficace e delle aperture melodiche che ti si ficcano nella mente senza schiodarsi più di li. Tutto è quasi praticamente perfetto (a parte il ricorso, in qualche song, ad assoli speed/thrash che davvero poco c’entrano con il resto): batteria tritasassi inarrestabile, chitarre devastanti e taglienti come rasoi, una voce perfettamente a suo agio dalle parti più screamy, passando per quelle growl fino ad arrivare ad un cantato pulito molto emotivo e, manco a dirlo, una produzione cristallina e potente, come è ormai d’obbligo per ogni band che si rispetti nel panorama hardcore/death/thrash. Eppure, in tutta questa perfezione, non sono riuscito a trovare quelle emozioni che un disco come questo dovrebbe avere e saper comunicare. Parlo delle emozioni che mi hanno regalato acts come Killswitch Engage (i migliori in questo campo, senza rivali capaci, in questo momento, di raggiungerli), Unearth, e i meno noti ma validissimi Atreyu e From Autumn To Ashes, tutte band che sanno scavare in profondità fino ad arrivare a toccare emozioni che vanno oltre all’ascolto superficiale dell’album. Ecco, diciamo che, se ad un primo ascolto attento di questo “The Art Of Balance” non si può che rimanere piacevolmente soddisfatti della qualità del lavoro, man mano che gli ascolti si fanno più intensi e frequenti, le emozioni che emergono dall’album sono sempre le medesime, e non riescono a farsi più approfondite e intime, non densificano la presenza di significati ed emozioni come accennato precedentemente per gli altri gruppi. Ma ripeto, gli Shadows Fall hanno sfornato un album sicuramente buono, che conferma ancora di più l’intenzione delle nuove leve hardcore americane di seguire il percorso che porta dritto verso la madrepatria del death melodico, e cioè la Svezia. Quello che però mi chiedo è cosa resterà di questo fenomeno di “migrazione” di massa, quando la moda di suonare a tutti i costi “europei” sarà svanita e molte bands americane si ritroveranno a chiedersi qual è realmente la propria identità. Ai posteri l’ardua sentenza.

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