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“Shazam!” è la parola magica basilare, primigenia, seconda solo ad “abracadabra” come immediatezza e sintesi onomatopeica; è anche un’app che traduce logaritmicamente uno dei poteri magici che più bramavamo noi adolescenti della seconda metà degli anni Ottanta/primi Novanta, il riconoscimento di un brano, con titolo e autore, a partire da poche note introduttive; ed è, ora, il titolo della nuova produzione dell’universo cinematografico espanso tratto dai fumetti DC. Un universo che, a differenza dei rivali Marvel, naviga un po’ a vista fin dalla sua costituzione, inizialmente al servizio dell’immaginario serioso e barocco di Zack Snyder, poi finito tra le mani di cineasti un po’ più a loro agio con la contemporaneità, forse fin troppo (vedi James Wan). Qui ci troviamo di fronte al prodotto “laterale”, scanzonato, citazionista e, a parere di chi vi scrive, più riuscito del lotto.

Billy Batson (Asher Angel), un giovane di quindici anni,  viene scelto come campione dal mago Shazam (Djimon Hounsou). Il ragazzo scopre che, pronunciando la parola magica “Shazam!” è in grado di diventare un supereroe (Zachary Levi) dotato dei poteri degli dei: la saggezza di Salomone, la forza di Ercole, la resistenza di Atlante, il potere di Zeus, il coraggio di Achille e la velocità di Mercurio. Grazie anche all’aiuto dell’amico Freddie Freeman (Jack Dylan Grazer), Billy proverà a scoprire tutti i suoi superpoteri e a sconfiggere il perfido dottor Silvana (Mark Strong).

Il regista è David F. Sandberg, svedese al terzo lungometraggio dopo due incursioni nell’horror sotto l’ala produttiva di James Wan (proprio lui), che ci mostra un tocco ironico che non avevamo ancora potuto apprezzare. Cos’è, dunque, questo film? Facendo un velocissimo resoconto della vita fumettistica del personaggio, non possiamo che partire dalla questione relativa al nome: questo eroe/ragazzino si chiamava, pensate un po’, Captain Marvel, e l’evidente impossibilità di utilizzo del nome originale ha portato all’estensione della parola chiave che ha finito per diventare identificativa a partire dal titolo. Nessuno però, nel film, chiama Shazam il nostro supereroe (così come nel film Marvel, particolarissima coincidenza che unisce le due produzioni uscite ad un mese di distanza l’una dall’altra, insieme alla presenza di Hounsou nel comparto attoriale), ed anzi la scelta del nome accompagna la narrazione e torna più volte.

Si ragiona sul concetto di famiglia e sul suo significato, rendendo quindi l’opera particolarmente attuale nell’Italia del 2019 e di questi giorni successivi al raduno dei fondamentalisti religiosi di Verona. Famiglia allargata o famiglia “naturale”? E’ così scontato che sia la seconda a gettare nel mondo adulti emotivamente stabili e privi di complessi? La risposta è no, naturalmente, se siete degli esseri raziocinanti e non degli invasati, e il nostro Billy, orfano alla costante ricerca dei veri genitori, passa da un orfanotrofio all’altro e da una casa all’altra finché arriva dai Vasquez. Qui è stata creata una comunità multietnica che, non senza ironia, rappresenta ogni minoranza degli Usa, e dove faticosamente, giorno dopo giorno, ragazzini problematici convivono e trovano un’esistenza serena.

Non possiamo dilungarci troppo, ma da questo spunto all’apparenza così serioso si dipana il remake di “Big” di Penny Marshall che tutti stavamo aspettando (ce n’era stato anche uno in Italia con Renato Pozzetto, ma in questa sede è meglio sorvolare). Ricordate? Un bambino, dopo l’ennesimo litigio coi genitori, desidera di diventare adulto ed indipendente e … si sveglia nel corpo di Tom Hanks. Qui basta urlare la parola magica e il piccolo Billy si trasforma in un adulto dotato di superpoteri. E’ una linea comune alla fantascienza contemporanea, basti pensare a “Star Wars: Gli ultimi Jedi” o allo “Spiderverse” animato: tutti abbiamo in noi il germe dell’eroe, basta essere (si fa per dire) retti di cuore e puri di spirito.

E allora la parte centrale è dedicata alla gestione dei superpoteri e alla loro scoperta, e in un film ipercitazionista ambientato a Philadelphia può forse mancare una gag su una celeberrima scalinata? Per una volta, il recupero dell’immaginario del passato non è sterilmente imitativo, ma tenta di replicare (riuscendoci in più punti) lo spirito di un cinema fantastico che non aveva relativismi di sorta, e il prefinale alla “Goonies” non fa che ampliare a dismisura l’effetto.

Avventura e risate, intelligenza e demenzialità, cinema superomistico spogliato completamente di quell’aura millenarista di cui erano ammantati i film di Snyder che avevano inaugurato l’universo cinematografico DC. Funziona tutto, dunque? Non proprio. Il minutaggio è francamente eccessivo e, prima di trovare tempi e ritmo, l’opera ci mette un bel po’ a ingranare. Non tutte le trovare e le battute vanno a segno allo stesso modo, e il villain di Mark Strong sa di già visto. Ma forse, questa volta, tutto questo conta poco. Uno spettacolo per famiglie (intese come gruppi di adulti e bambini), che divertirà i quarantenni con continue strizzatine d’occhio al cinema che più hanno amato e permetterà ai più piccoli un’identificazione plurima, nel nostro eroe principale o … starete a vedere.

Che la ricetta per contrastare lo strapotere dell’impero Disney/Marvel sia la semplificazione, invece dell’appesantimento fintoepico? Per noi la risposta è sì.

 

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