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Short documentaries: Schegge di doc

Per loro gli organizzatissimi Oscar prevedono una categoria apposita, quella del Best Documentary Short Subject, mentre in Italia li indichiamo indistintamente come cortometraggi documentari o documentari brevi: comunque li si voglia chiamare, gli short documentaries sono sempre più diffusi. Soprattutto sul web.

Il gruppo ZaLab — di cui fa parte anche Andrea Segre, qui una nostra intervista — ha ideato di recente le Schegge di Za, documentari di pochi minuti realizzati con il sostegno di Open Society Foundations e dedicati alle «più gravi emergenze democratiche dell’Italia di oggi». Le prime due “schegge” sono “In nome del popolo italiano” di Gabriele Del Grande e Stefano Liberti, ambientato nel CIE (Centro di Identificazione e Espulsione) di Roma, e “Caponero Capobianco” di Rossella Anitori e Antonio Laforgia, che racconta la situazione dei migranti africani sfruttati come braccianti agricoli nella totale assenza di diritti. Due piccole inchieste, lontane dal linguaggio televisivo ma senza particolari ambizioni cinematografiche. Rapide, utili, chiare.

Dalla volontà di raccontare in tempo reale fatti importanti del nostro presente nasce anche il progetto francese 100jours che ha diffuso un micro-documentario al giorno nel periodo precedente il secondo turno delle elezioni presidenziali, dal 27 gennaio al 6 maggio. Tra gli autori, tutti di età, formazione e provenienza differente, segnaliamo Sylvain George che abbiamo incontrato lo scorso settembre alla Mostra di Venezia in occasione della proiezione del suo “Vers Madrid” (qui l’intervista) e che nel 2011 ha vinto al Festival di Torino con “Les éclats“. Per 100jours George ha firmato col consueto, straziante bianco e nero “Les Nuees (Well, my black mama’s face shine like the sun)“, giorno 89.

Molto più vasto, infine, il campo d’azione degli Op-Docs del New York Times (“Op” sta per “opinion”): si va dalla politica interna alle carceri, dalle elezioni ai problemi dell’infanzia in Sud Africa. Da vedere, in particolare, “Lullaby” del grande documentarista russo Viktor Kosakovskij (o Kossakovsky, secondo la traslitterazione anglosassone — a Venezia l’anno scorso c’era il suo splendido “¡Vivan las antipodas!“). La ninna-nanna del titolo è rivolta al sonno di chi non ha una casa e si rifugia per dormire nei locali sempre aperti dei bancomat. Lo sguardo di Kosakovskij — che filma le cose con un senso estetico capace di delinearle come semplici figure e che per questo le rende ancora più terribili perché astratte — ne fa un piccolo capolavoro.

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