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Siamo qui perché… Siamo qui!

DAY 1 – BOLOGNA – ESTRAGON
Quando gli Anathema salgono sul palco dell’Estragon, a guardarli uno ad uno prendere posto viene subito in mente la parola politeness, che in inglese sta per un modo di fare altamente rispettoso e che, per questo, mette i presenti a proprio agio. Ma il loro rispetto per il pubblico non è una questione di formalismi: è fatto di precisione, professionalità, di costante pienezza del suono. Non solo ci si sente a proprio agio, sotto il palco dell’Estragon, ma ci si lascia rapire.

Sappiamo di essere qui per ascoltare “We’re Here Because We’re Here” ma gli Anathema cominciano da ben più lontano e, come se ci fosse un tacito accordo tra noi e loro, nessuno sembra particolarmente ansioso di arrivare ai pezzi più recenti. Il magnetismo della solida triade formata dai fratelli Cavanagh ci lascia inermi, ma pienamente fiduciosi.

Si parte dalle forti “Deep” e “Pitiless” per poi passare alla struggente e amara “Forgotten Hopes ” e a “Destiny Is Dead”. Si fa poi un passo indietro ad “Alternative 4″, prima con la coinvolgente “Empty” e poi con “Lost Control”, con la quale si risvegliano immediatamente emozioni e ricordi lontani. Il violino ci riporta con un’incredibile facilità a dieci e più anni fa, come se facesse inevitabilmente cortocircuito con le nostre emozioni, e ci conduce a “Destiny”.

È quasi impossibile distrarsi. Il magnetismo si fa ancora più forte nei pezzi di “A Natural Disaster” (“Balance”, “Closer” e l’omonima title track) con i quali arriva anche la voce delicata e avvolgente di Lee Douglas. Poi ancora “Judgement”, “Temporary Peace” e “Flying”. “Are You There?” in versione acustica segna il confine tra la reinterpretazione, matura e professionale, del lungo percorso degli Anathema e la complessità che caratterizza il loro nuovo lavoro: “We’re Here Because We’re Here”.

I pezzi di dell’ultimo lavoro sono permeati da un gioco di contrasti sonori ed emozionali che gli Anathema riproducono in modo magistrale dal vivo. La seconda parte di concerto è nutrita dalla tensione tra uno ying e uno yang che necessariamente si completano e che non può che trovare nei duetti tra Vincent Cavanagh e Lee Douglas la sua realizzazione più evidente. Il titolo stesso del lavoro rivela l’estrema consapevolezza della condizione umana: We’re here because we’re here, siamo qui perché siamo qui, non abbiamo scelto ma dobbiamo vivere comunque. E così, viviamo tra entusiasmo, fiducia, sollievo, incoscienza, spiritualità e la complessità dei rapporti (le atmosfere di “Thin Air”, “Summernight Horizon”, “Dreaming Light”, “Everything” e “Angels Walk Among Us”) e il turbamento, il dubbio, la rabbia strisciata tra i denti, la malinconia (“Presence”, “A Simple Mistake”, “Get Off, Get Out”, “Universal”, “Hindsight”).

Non siamo più semplicemente rapiti dall’incredibile atmosfera che si è creata durante l’intero concerto. Ne siamo diventati parte integrante. I nuovi brani sanno raccontare molto di noi, delle nostre contraddizioni e di come riusciamo a metterle insieme nell’unicum della nostra esperienza personale, così particolare, eppure, così condivisa. Mai come in questa esecuzione gli Anathema arrivano a rendere la complessità attraverso il suono. Uno dopo l’altro, i pezzi del nuovo lavoro tirano le fila della loro intera produzione portando sul palco tutta la loro maturità. Eppure, non c’è soluzione di continuità tra il vecchio e il nuovo. C’è sintesi. C’è crescita.

Elena Pavan

Segue: la recensione della data al New Age Club di Treviso (13/11/2010)
[PAGEBREAK] DAY 2 – TREVISO – NEW AGE CLUB
Due anni dopo, sempre al New Age di Roncade, gli Anathema animano quello che viene ad essere una delle date del tour più sontuoso di sempre. In sette anni di concentrazione quasi esclusiva nella dimensione live sono riusciti a massimizzare l’intensità del loro repertorio degli anni 1998-2003. Ma c’è quel “We’re Here Because We’re Here” adesso, che discograficamente rappresenta una pietra miliare tanto quanto “Judgement” nel 1999. E la preannunciata sontuosità di oggi si articola in ben ventisei brani: è emozione senza soluzione di continuità per più di due ore.

L’inizio è tutto per quei capolavori indimenticati dell’album registrato a Ventimiglia: “Deep”, “Pitiless”, “Forgotten Hopes” e “Destiny Is Dead” realizzano una memorabile sequenza di piene elettriche travolgenti ed acustiche preziosità pizzicate. “Empty” riprende familiarità con il pubblico invitando una partecipazione al ritmo, mentre “Lost Control” e “Destiny” accentuano l’intimismo.

Spesso Danny invita il pubblico a partecipare ma la risposta passiva non va confusa come pigrizia: gli Anathema nel tempo sono diventati una perfezione che ondeggia nelle vibrazioni delle sei corde, mai state così perfettamente Pinkfloydiane in una fluida emotività permanente. Un loro concerto è immersione sognante, è qualcosa a cui assistere mentre si riceve.

Va da sé che la coppia “Balance”/”Closer” finisce inevitabilmente per scatenare tutti nell’occhio del ciclone ipnotico; salvo tornare presto indifesi davanti alla bellissima “A Natural Disaster”, che finalmente vede l’ingresso della brava Lee Douglas troppo a lungo dimenticata nella terra d’Albione nei tour passati. Delle note che richiamano alla lontana “The End” dei Doors confluiscono in “Judgement” che con “Temporary Peace” e la sognante “Flying” concludono la parte dedicata agli Anathema già conosciuti.

A questo punto viene annunciata quella “sorpresa” che tutti comunque s’attendevano: “We’re Here Because We’re Here” viene eseguito dall’inizio alla fine, nella meraviglia della sua fluidità compositiva, della sua naturalezza ed ariosità. Completo della sua importante dualità maschile/femminile del cantato.

A parte la non perfetta compattezza del suono e delle voci nella intricata “Summernight Horizon”, le canzoni tendono verso intensità incredibili anche dal vivo. I duetti tra Lee e Vincent generano armonie da brivido lungo la schiena, ancora più che nelle registrazioni originali; Danny diffonde onde di psichedelia dentro cui perdersi, Les organizza le calde effusioni degli archi con una profondità mai sentita nel suono degli Anathema dal vivo. “Dreaming Light” e “Universal” spalancano spazi sonori dentro cui è facile perdersi, e l’audace “Presence” mette il pubblico davanti alla necessità di contemplare l’ascolto anche nei momenti più pacati. Un simile silenzio religioso misto a partecipazione emotiva è un raro traguardo.

L’encore prevede il fluttuare tra le correnti universali di “Are You There?” nell’ultima versione acustica; giunge quasi inattesa “One Last Goodbye”, introdotta come il classico momento in cui musicisti e pubblico partecipano cantando tutti insieme. La versione proposta è quella elettrica di “Judgement”, indubbiamente più guidata dalla band che dal pubblico, che comunque sa farsi sentire nell’accorato ritornello. Ed infine, “Fragile Dreams”, chiusura che sa ravvivare l’atmosfera lasciando quel sapore di malinconico dinamismo, ormai ben conosciuto, del brano di apertura di “Alternative 4″

Anche se il quintetto di Liverpool saluta facendo sorridere tutti, a luci accese resta ancora l’estasi per quei momenti di grazia, in cui anche la musica più tenue ed attenta ha coinvolto il sentire comune: dentro questa sala, abbiamo respirato tutti la stessa bellezza.

Massimiliano Monti

Deep
Pitiless
Forgotten Hopes
Destiny Is Dead
Empty
Lost Control
Destiny
Balance
Closer
A Natural Disaster
Judgement
Temporary Peace
Flying
Thin Air
Summernight Horizon
Dreaming Light
Everything
Angels Walk Among Us
Presence
A Simple Mistake
Get Off, Get Out
Universal
Hindsight
Are You There?
One Last Goodbye
Fragile Dreams

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