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Siamo solo fango sparso sopra questa terra

Belli gli Zen Circus, eh. Anni ’70, gli Zen Circus. Buskers. Strapponi. Ironici. Storti. Cantautoriali. Però ragazzi quando parlate da sul palco non si capisce nulla, ché l’accento pisano è troppo stretto, ché il delirio di rumore ghitarroso ci ha devastati le orecchie, ché c’è una calca pazzesca. Insomma, ragazzi, trovate una soluzione, che il Lombardo non comprende.

Il Lio Bar è un piccolo gioiello di Brescia, un locale stretto e lungo a ridosso dei binari della ferrovia che fa musica dal vivo anche quattro giorni la settimana (una rarità, qui a Brescia) e di qualità sempre crescente. È sempre pieno e i ragazzi si accalcano sotto il palco rasoterra su cui gli Zen Circus, con il consueto aspetto da buskers, si sono prodotti in uno show di un’ora adrenalinica (uno show troppo corto!) a suon di parolacce e chitarre slabbrate.

Che genere fanno gli Zen Circus?

Buh. Indie? Rock? Folk? Punk? Gospel alla De André? (il gospel anticlericale “We Want Just Live”, favoloso). Perché coverizzano i Talking Heads e fanno brani alla Rino Gaetano (lo spassosissimo “Figlio Di Puttana”, magistralmente interpretato al Lio)? Alla Skiantos? Perché non decidono in che lingua cantare? Questo essere tutto e niente crea confusione in molti e attira l’adorazione di altrettanti.

Gli Zen Circus salgono su un palco e se ne fregano. Sono autoironici, fanno casino, hanno un’aria di genuinità che accattiva. I loro testi, anche se non elaboratissimi, sono diretti e spiritosi, critiche sberleffo al mondo moderno.

Da vedere per saltare e strillare al cielo. Gli Zen Circus faranno strada.

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