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Siamo uno Stato repressivo o propositivo?

Umberto Eco li chiamava A.P.S., ossia Autori a Proprie Spese. È una forma che l’editoria commerciale aveva inventato diverse decine di anni fa per ovviare al difetto di domanda rispetto ad un’offerta invece prodiga di continue uscite letterarie. In sintesi, il contratto di edizione, che veniva firmato dall’autore, prevedeva (e tutt’oggi prevede) l’obbligo per quest’ultimo di acquistare, direttamente dalla casa editrice, un numero minimo di copie, necessarie a coprire tanto i costi di pubblicazione quanto, ovviamente, il lucro dell’editore.

Con l’avvento della crisi del settore discografico, tale uso commerciale è stato adottato dalle label. Queste, proprio in virtù di ciò, hanno ritenuto più conveniente investire su cento autori sconosciuti (disposti anche alla pubblicazione A.P.S.) che non su poche star consolidate. I cosiddetti vip, infatti, con i vizi e capricci che li caratterizzano (si pensi agli aerei personali, interi staff di truccatori e coreografi; senza parlare ovviamente delle manie personali dei più esibizionisti), hanno un costo marginale di gran lunga superiore rispetto ai debuttanti.

Ma la pirateria è come un virus che colpisce, senza distinzione, anziani e bambini. Ed anche i novelli artisti vengono cablati nelle file del P2P.
Così, è di questi giorni la notizia che la RIAA (Recording Industry Association of America), una delle più grosse associazioni di categoria dei discografici americani, nel tentativo di perseguire la pirateria musicale, vorrebbe allearsi con i provider web. L’obiettivo vuole essere quello di inibire l’accesso alla rete agli utenti che perseverino in comportamenti illeciti dopo almeno un richiamo ufficiale da parte del fornitore del servizio.
L’Associazione, che nello scorso lustro ha intentato causa a ben 35.000 utenti della rete, ha infatti già dilapidato una cospicua parte del proprio patrimonio (circa 123 milioni di dollari) in spese legali.

È evidente che tutte queste manovre, per così dire “conservative”, sono volte a salvare quel che resta del diritto d’autore: un ampio capitolo del diritto privato, ormai fin troppo calpestato (o, per essere più cinici, caduto in desuetudine) per opera di Internet. L’anonimato, l’immediata disponibilità dei file desiderati, l’assenza di barriere fisiche, la rapidità, hanno provocato un aumento esponenziale nella diffusione di musica illegale.
Lo scenario che si apre alla luce del diritto vigente è assai semplice, perché ancora non si è inteso rinnovare la legislazione (ciò di cui vi sarebbe davvero bisogno), ma solo inasprire le pene.

Innanzitutto, ricordiamo che è consentita la riproduzione privata di fonogrammi e videogrammi su qualsiasi supporto, effettuata da una persona fisica per uso esclusivamente personale, purché senza scopo di lucro e senza fini direttamente o indirettamente commerciali.
Si è chiarito, in precedenza, sulle pagine di questa stessa rubrica, che la Cassazione ha precisato che, con scopo di lucro non va inteso il semplice risparmio derivante dal mancato acquisto di altre copie.

Si parlava di inasprimento delle sanzioni penali. Esse consistono nella detenzione fino a tre anni ed in una multa fino a 15.493 euro per chiunque riproduca o commerci copie illegali, o le venda o noleggi senza contrassegno SIAE. Inoltre la legge Urbani del 2004 ha introdotto il reato di immissione di opere dell’ingegno su reti telematiche, con pene fino a 2.065 euro.
Una particolare disciplina riguarda poi l’attività abusiva svolta in forma imprenditoriale: in tal caso, chiunque venga trovato in possesso di un numero superiore a 50 copie di prodotti contraffatti è punto con la detenzione fino a 4 anni ed è passibile di arresto immediato!
Gli strumenti per la lotta alla pirateria non si esauriscono tuttavia con la tutela del diritto d’autore. Altri possono essere i meccanismi sanzionatori applicabili. Essi vanno dalle norme sulla ricettazione a quelle sul riciclaggio dei proventi illeciti, alle norme sulla contraffazione dei marchi, alla frode in commercio, al rimedi civilistici del risarcimento del danno, per giungere infine alla contestazione del reato di associazione a delinquere ove il reato sia stato commesso da più soggetti con il medesimo intento criminale.

Insomma: il legislatore forse non si è accorto che, in tale escalation nell’inflizione delle pene, si finisce per punire maggiormente il pirata telematico che non il classico delinquente.

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