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    Sideburn

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Acqua calda, anzi tiepida

Molti, pensando alla Svizzera, immaginano meravigliose montagne. Oppure scorrettezze in ambito finanziario. Taluni, i più rockettari, possono tornare con la mente ai Krokus, ai Celtic Frost o ai Gotthard.

I meno noti Sideburn, invece, possono assurgere – e non da oggi – a esempio del concetto di band-clone.

Musicisti dotati di un bagaglio di esperienza notevole, propongono all’ascoltatore un cocktail di hard-rock inizio-ottantiano tra i cui pochi ingredienti, facilmente riconoscibili, spiccano gli Ac/Dc. C’è la Gibson “diavoletto”, ci sono i testi inneggianti al rock ‘n’ roll e c’è il timbro vocale sporco e graffiante. Solo il look è un po’ più rilassato. Le canzoni funzionano tutte, a testimonianza che, dando spartiti noti a musicisti capaci, qualcosa ne esce comunque.

C’è un solo modo per salvare questo disco. Lobotomizzarsi – magari con un litro di birra – dalla triste coscienza di quanto i Sideburn siano privi di ambizione e originalità. In questo modo, “Jail” scorrerà nello stereo come nulla più di un facile e gradevole disco di rock stradaiolo vecchia scuola. Ben suonato, ben cantato, ogni elemento al proprio posto.

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Contro

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