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Una perfetta dimostrazione

Il buon Stephen O’Malley ha sdoganato parecchia roba, negli ultimi tre o quattro anni. Ha fatto conoscere gli Earth ai figli dell’ADSL e agli alternativi che odiano il metallo. Ha elevato l’urlo nel microfono e il chitarrone marcio a nuova frontiera del cool. Ultimamente sta raccontando agli occhialuti nerd cresciuti a pane e Melvins che il black metal è figo e Burzum, nonostante tutto, è un semi-genio.
Intendiamoci, sono tutte cose buone. Il problema sono i figli degeneri.
Come questi Siebensunden.
Inizia il disco, rumore bianco, schitarrate a metà tra Khanate e Nortt (tanto per restare in tema black metal). I primi tre/quattro minuti sono sopportabili. Noiosi e già sentiti, ma non fanno venire voglia di spegnere lo stereo a calci. Due canzoni tutte così, entrambe oltre i 20 minuti, con testi in svedese che parlano (male) della cristianità? Potrebbero anche essere un piacevole divertissement.
E così, mentre ci aggiriamo dalle parti della dignitosa sufficienza, succede il disastro. Entra la voce.
Ora, le ispirazioni sono chiarissime: i sempiterni Khanate, ma soprattutto i Bethlehem di “Dictius Te Necare” e il già citato Nortt. Il problema sono i risultati. Il falsettino stridulo di Sveggo dovrebbe, immaginiamo, trasmettere sensazioni di disperazione, disagio, dolore e depressione. Purtroppo, la cosa peggiore che riesca a comunicare è un irrefrenabile impulso all’ilarità.
Le cose non migliorano col procedere del pezzo, né del disco a dirla tutta. Che si trascina stancamente per tre quarti d’ora, reso ancora più incolore dai suoni praticamente amatoriali. Lasciando addosso una vaga sensazione di disagio e imbarazzo.
“Teratologen” è una perfetta dimostrazione, quindi. La perfetta dimostrazione che non basta pestare sulla chitarra per fare dronesludgeblackdoom di qualità, né bastano due urla fatte male per suonare torturati e maledetti da Dio e dagli uomini.
Peccato.

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