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  • Sigur Rós: Með Suð í Eyrum Við Spilum Endalaust

    Sigur Rós

    Data di uscita: 23-06-2008

    Loudvision:
    Lettori:

Mettete dei fiori nei vostri geyser

Li attendevamo al varco. Dopo il folklore magico di “Ágætis Byrjun”, dopo il cupo candore di “()”, dopo la deliziosa naïveté di “Tàkk…”. Ma anche dopo il meraviglioso live intitolato “Héima”, e l’ibrido live/acustico di “Hvarf/Heim”, entrambi datati 2007.
Li attendevamo anche dopo aver letto di alcune scelte curiose (per loro): ad esempio affidare la produzione a Flood e registrare a New York, invece che nella natìa Islanda.
Li attendevamo, perché “Með Suð í Eyrum Við Spilum Endalaust” poteva essere l’ennesima conferma o la prima smentita, un’esplosione o un’implosione.
A conti fatti, e molto banalmente, la verità sta nel mezzo.

Le novità ci sono, chiariamolo subito. “Með Suð í Eyrum Við Spilum Endalaust” è, almeno per metà, un disco strano, hippie e naturista. “Gobbledigook”, il primo singolo, è una ballata freak che sembra uscita dal songbook degli Animal Collective: breve, tribale, incalzante. In perfetta armonia con la copertina, magari con più buon gusto. E la prima metà dell’opera si muove in questa direzione: “Inní Mér Syngur Vitleysingur”, ad esempio, procede tra tastiere giocattolose e un profluvio di archi. La batteria non è mai stata così rock e quadrata come nei primi quattro pezzi, mentre paradossalmente sono scomparse le chitarre elettriche, affidando ad archi e tastiere il compito di riempire e fare volume. Jónsi cerca costantemente la melodia memorabile, piuttosto che il vocalizzo sognante – anche se trovare un singalong cantando in islandese non è impresa facile.
Purtroppo (o per fortuna?), con “Festival” si torna su territori più conosciuti: un lungo crescendo di archi, sorretto da un basso pulsante, a creare la prima canzone “alla Sigur Ròs” del disco. Tendenza che prosegue nelle canzoni successive, che si alternano tra momenti quasi cinematografici e un paio di ballate (molto) intimiste come “Illgresi” e la conclusiva “All Alright”. È in questi momenti che l’anima più profondamente folk dei Sigur Ròs emerge; da applaudire la scelta di non ripulire il suono delle chitarre acustiche: sentire le dita che scivolano sulle corde è sempre un piacere, non trovate?
[PAGEBREAK] Finita la fredda accademia si arriva a parlare di emozioni. E qui ci troviamo di fronte ad un bivio: la prima metà è coraggiosa e interessante e la seconda noiosa e troppo classica, oppure la prima metà è fuori fuoco ed eccessivamente freak e la seconda, finalmente, sognante e affossante come i Sigur Ròs comandano? Non è facile venire a capo di “Með Suð…”. L’impressione è di un disco disomogeneo, poco focalizzato, nel quale l’idea di sperimentare va esaurendosi nel corso dei minuti, per lasciare spazio ad atmosfere più familiari ma non ispirate e incisive come in passato.
In ultima analisi, una cosa è chiara: “Með Suð í Eyrum Við Spilum Endalaust” non è un capolavoro, non cambierà la storia della musica né le idee di chi ha sempre schifato i Sigur Ròs. Piace interpretarlo piuttosto come una promessa, un “pagherò” che lascia aperte le porte ad ulteriori sviluppi. Magari più coraggiosi e compiuti.

Non fatevi ingannare dall’amarezza di queste parole e dal disorientamento dei primi ascolti: i Sigur Ròs restano comunque anni luce distanti da praticamente tutti i loro cloni minimal-ambient-dream-post-geyser-rock. Date comunque una chance a “Með Suð í Eyrum Við Spilum Endalaust”, se la merita senza alcun dubbio.

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