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Sikitikis: Chiaccherata sul furgone

I Sikitikis sono ormai una certezza nel panorama musicale italiano. Ultimamente quasi sempre vestiti con delle tute colorate, si contraddistinguono rispetto agli altri gruppi nel backstage del festival del Mi Ami. Alle 19:30, puntuali, Diablo e in seguito Jimi (il bassista) si fanno trovare pronti e carichi per una intervista che a loro parere vuol somigliare più a una chiaccherata.

Inizierei parlando della situazione musicale della vostra città, Cagliari, e della Sardegna in generale.
Diablo: A livello di produzione la scena musicale è sanissima. Poi, ultimamente, si stanno svegliando delle etichette indipendenti molto interessanti. La Sardegna si comporta come una piccola nazione, tutto il mercato sembra essere più chiuso, la musica fatica ad attraversare il mare, ma grazie ai social network la situazione sta cambiando. Non è più difficile essere un gruppo musicale isolano, ma è più costoso. È difficile anche per chi fa musica in una qualsiasi provincia d’Italia, a meno che non abiti in una città importante che ha già una sua cultura musicale.

Il vostro modo di far musica tocca quasi tutti i generi, come se estrapolaste il meglio della musica che sentite e la trasformaste in un sound unico. Le vostre maggiori influenze, però, quali sono?
D: Hai detto bene, siamo potenzialmente influenzabili da qualsiasi cosa. Abbiamo un approccio schizofrenico con l’ascolto musica, possiamo ascoltare i Prodigy e poi Tchaikovsky. All’interno del gruppo ci sono delle tendenze predominanti, per quanto mi riguarda la mia musica cosmica è il reggae, ascolto Bob Marley da sempre, però poi tendenzialmente ci facciamo affascinare da quello che la musica ci propone, anche se si tratta di piccole cose all’interno, piccole sfumature che noi cerchiamo di cogliere.

Il cinema per voi è stato importante: come ha condizionato il vostro modo di fare musica?
D:
L’ascolto delle colonne sonore è stato fondamentale per creare il suono dei Sikitikis. Tendenzialmente siamo nati come gruppo che revisionava colonne sonore, poi il tutto si è unito al nostro background di musicisti e ascoltatori di rock e abbiamo provato a fare dei nostri arraggiamenti qualcosa che ricordasse sempre la musica da cinema. In questo ultimo disco siamo stati più liberi, ma di solito è una cosa che facciamo molto volentieri.

Siete uno dei gruppi italiani più presenti della scena live, che rapporto avete con il palco e cosa pensate di questi festival come il Mi Ami?
D:
Partiamo dall’ultima domanda, il festival come il Mi Ami sono il sintomo di qualcosa che se non sta cambiando ha comunque voglia di cambiare. Per quanto riguarda il nostro rapporto con il palco, un tempo suonavamo per divertirci. Ora diciamo che suoniamo per godere, che sono due cose diverse, per divertirci andiamo in vacanza con gli amici, per godere suoniamo musica.

Ma preferite suonare davanti a un pubblico che già vi conosce o preferite conquistare gente nuova?
Jimi:
Sono belle tutte e due le cose. Prima di partire abbiamo fatto una data a Cagliari, alla fiera, in una situazione particolare per noi e siamo partiti con tutto il calore della nostra gente. Così com’è bello suonare in un posto dove ti conoscono in cinque su settanta persone davanti al palco e poi scoprire che alla fine del concerto molta gente ha comprato il tuo disco.
D: Sembra un sfida ma l’approccio è diverso. Insomma, voglio dire, il corteggiamento e il sesso sono due fasi diverse della stessa cosa.

Visitando la vostra pagina Facebook si rimane colpiti nel notare i settemila contatti che vi rendono un gruppo molto conosciuto. A differenza dei Negramaro, però, passate meno alle radio. Un gruppo può resistere al di fuori dei soliti canali musicali?
J: È tosta, io dico una cosa: sicuramente noi facciamo parte di quella categoria di gruppi che fa del live una componente fondamentale, ne parlavo anche prima con Davide dei Tre Allegri Ragazzi Morti e lui ha detto una bellissima frase e io la sottoscrivo “il disco non è altro che l’occasione per andare nuovamente in tour“. Sul passaggio in radio, il discorso è più complesso e andiamo a toccare vecchie mafie, vecchie massonerie italiane, non è mai una cosa semplice da risolvere, però noi continuiamo con la testa d’ariete e prima o poi anche i network cadranno.

L’ultima domanda che può sembrare più una battuta visto che nei vostri lavori non è mai presente… Ma vi sta antipatica la chitarra?
J:
Rispondo io che sono il bassista, no!
D: Noi ascoltiamo un sacco di musica con la chitarra, la verità è che all’inizio non abbiamo mai trovato un chitarrista e nel tempo ci siamo dimenticati di cercarlo, perché comunque il gruppo quadrava perfettamente così. Trovo che nessuno strumento sia necessario per fare musica e ogni strumento è l’occasione per fare qualcosa di nuovo.

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