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Silence, ovvero il silenzio di Dio con il quale si scontrano dolorosamente i protagonisti del nuovo film di Martin Scorsese: un film che è una riflessione faticosa, e assolutamente non risolta, sulla fede, sul ruolo dell’immagine divina connessa con l’umano senso del sacro, sulla religione come prodotto culturale e strumento di potere, sull’esistenza della verità, sul valore morale del dubbio, e naturalmente – siamo in un film di Scorsese – sulla violenza.

Temi enormi, ardui da gestire all’interno di qualunque storia ambientata in qualunque epoca storica. Scorsese ne sceglie una molto particolare, difficile: “Silence” ci porta infatti nel Giappone della prima metà del 600, quando la repressione contro i missionari gesuiti presenti nel paese, e contro i convertiti, era al culmine. Una repressione dettata soprattutto da questioni politiche ed economiche («lo shogunato iniziò a consolidare il proprio potere e a unificare il Giappone e i missionari iniziarono ad essere percepiti come una minaccia a questo processo», spiega Scorsese), ma “Silence” sceglie di prendere in esame quasi esclusivamente le pure questioni di fede che dilaniavano allora i kakase kirishitan, i cristiani nascosti. Non un film storico, insomma, ma un film teologico.

Alla base della sceneggiatura, scritta da Jay Cocks (“L’età dell’innocenza”, “Strange Days”, “Gangs of New York”) in collaborazione con lo stesso Scorsese, c’è il romanzo “Chinmoku” di Shūsaku Endō: pubblicato nel 1966, è già portato sul grande schermo nel 1971 da Masahiro Shinoda, finì nelle mani del regista nel 1988, come regalo di un vescovo che partecipò a una proiezione di “L’ultima tentazione di Cristo”. «Il tema che Endō analizzava nel suo libro era presente nella mia vita da sempre, fin da quando ero molto, molto giovane», racconta Scorsese, che ha impiegato anni per realizzare un progetto così personale e delicato.

I protagonisti di “Silence” sono due giovani e zelanti gesuiti portoghesi, i padres Rodrigues (Andrew Garfield) e Garupe (Adam Driver), che dall’Università di Macao partono per il Giappone: è giunta loro notizia che padre Cristóvão Ferreira (è realmente esistito, qui lo interpreta Liam Neeson), loro venerato maestro, avrebbe commesso apostasia rinnegando formalmente e ufficialmente la fede. Rodrigues e Garupe vogliono trovarlo, e capire. Si scontreranno con torture, martirii, scollamenti culturali incolmabili e con l’inutilità, o addirittura la pericolosa dannosità, delle loro azioni. Capire sarà impossibile.

“Silence” è densissimo nei contenuti e cristallino nella messa in scena: la regia assume su di sé l’opprimente silenzio di Dio, inquadrando fatti e azioni sempre attraverso una contemplativa, terribile distanza. Come Rodrigues e Garrupe, gli spettatori fanno esperienza dell’attesa (il film è lungo, composto da sequenze ripetitive, e l’incontro con Ferreira non accoglierà le speranze dei discepoli) e comprendono che l’immagine di Dio è, per quanto preziosa, solo un’immagine, una forma mediata dall’occhio umano. E che sia un film, un’opera d’arte che crea immagini, a farcelo comprendere è, da parte del film stesso, un atto di profonda umiltà e insieme di grazia.

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