Home > Report Live > Sinfonie all’ombra di Tarja

Sinfonie all’ombra di Tarja

Un caldo insolito, con il termometro che sfiora i 25 gradi, accoglie nell’unica data italiana la strana coppia scandinava, dove gli estremismi neo-industrial dei Pain fanno da insolita rampa di lancio per il trionfo power (pop) sinfonico dei Nightwish.
La dimensione mediatica del quintetto finnico si coglie già ore prima dell’inizio della serata. Il concerto è infatti sold-out da settimane e fuori le spiacevoli sagome dei bagarini si aggirano proponendo (e talvolta vendendo!) biglietti anche a cento euro. Tante ragazzine, tanti giovanissimi e anche qualche coppia di over cinquanta che non ti aspetti. Tutti lì, frementi, per vedere e sentire la creatura di Tuomas Holopainen. Prima però c’è tempo per gustare tre quarti d’ora scarsi della musica di quel talento di Peter Tägtgren. Quanto serve per scoprire quanto l’estro del geniaccio svedese sia ben supportato dai suoi musici e mal coadiuvato dalla rivedibile acustica del palazzetto.
Alle 21 in punto è il momento dei Nightwish e della loro prima esibizione del dopo-Tarja. La presentazione è affidata a “Bye Bye Beautiful” ed in generale il nuovo “Dark Passion Play” recita il ruolo del protagonista nella setlist, come ampiamente preventivabile. Meno ovvia era invece la scelta di ignorare completamente tutta la discografia della band fino a “Wishmaster” (di cui viene eseguita la sola titletrack). Un taglio netto con il passato che è facilmente spiegabile: Anette Olzon è, ahinoi, una presenza di spessore ben più esiguo di Tarja Turunen. Così se Anette nelle nuove song (sia sul disco che in sede live) appare una perfetta interprete, aiutata anche da una piacente presenza scenica, nelle interpretazioni dei pezzi che videro Tarja dietro al microfono dimostra tutti i suoi limiti esecutivi. “Nemo” o “Ever Dream”, ad esempio, quasi si snaturano senza la potenza lirica della Turunen e ogni sforzo profuso dalla nuova donzella risulta insufficiente a colmare il gap. Il complessivo potenziale espresso dai Nightwish è però altissimo, grazie anche alle prestazioni super di Marco Hietala (voce da brividi) e Tuomas Holopainen (le sue keys sono la vera anima di tutto il Nightwish-sound). Una volta arresi al compromesso vocale, il concerto vive di una costante piacevolezza d’insieme, condita da neve artificiale e coriandoli coreografici, trovando i suoi apici nei brani più main quali il nuovo “Amaranth” o “Dark Chest Of Wonder”. Questi sono i nuovi Nightwish, prendere o lasciare. Certo è che per chi come noi aveva già gustato l’immenso potenziale della vecchia lineup in sede live, l’arrivo della nuova sirena svedese rappresenta un boccone amaro da mandare giù.

Scroll To Top