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Sintonizzatevi su… Frequenze Disturbate!

Uno dei festival di musica indipendente fra i più attesi, Frequenze Disturbate. Anche per quest’anno la location principale è la Fortezza Albornoz, assai suggestiva, dalla quale si può ammirare un fantastico panorama su Urbino, mentre i concerti (gratuiti) pomeridiani delle band emergenti selezionate da Notturno Musicale, Velvet Rock Club e DNA Concerti si svolgono in Piazza Duca Federico (il cosiddetto VELVET Stage).
Il prezzo del biglietto è di 20euro; a serata, mentre l’abbonamento ai tre giorni viene 50 euro (troppo? fate voi). La line-up comprende sia mostri sacri del rock che band più recenti, spaziando fra le parecchie sfumature dell’indie. Non c’è scenografia sul palco, se non quella naturale del luogo, e per ciascuna delle tre giornate il sistematico ritardo d’apertura è di mezzora. Alla faccia dei pigri, la grande distesa di verde è in piano, sicchè non ci sono collinette sulle quali stendersi per godersi il concerto da una prospettiva un po’ più alta. Una pecca: la mancanza del merchandising (abbiamo notato solo quello dei Kech e dei Jennifer Gentle).
Ma in fin dei conti l’importante sono i concerti, giusto? Allora passiamo a quelli.

PRIMO GIORNO: venerdì 5 agosto

ONE DIMENSIONAL MAN
Il trio veneziano suona un noise metallico, con tocchi blues e spunti originali. Potentissimi su CD, live impressionano molto meno. Sarà l’onere di aprire il festival, sarà l’atmosfera ancora fredda, sarà il pubblico al momento modesto e non immedesimato, fatto sta che quell’intensità e quel vigore tipico del loro sound non fanno in tempo a raggiungere gli spettatori. Suonano purtroppo nemmeno mezz’ora, riuscendo a eseguire “Tom”, “Saint Roy”, “This Man In Me”, ma soprattutto pezzi estratti dall’ultimo “Take Me Away”, come “Fool World”, “Tell Me Marie”, “5 Square Yards” e la stessa title-track. Non deludono dopotutto, ma li ricordavamo più metallici.

JENNIFER GENTLE
Padova. I primi italiani a essere sotto contratto la Sub Pop, leggendaria label di Seattle, propongono un pop psichedelico aperto a elementi sperimentali.
Non eseguono musica facile e diretta, ed è per questo che risultano a tratti banali al primo impatto. Ma persino gli estranei non possono evitare di rimanere abbagliati dalla voce inimitabile del timido e giovane singer, ampiamente modulabile, a tratti acutissima e tagliente o ancora languida e passionale. Anche per loro il tempo a disposizione è poco, cosicchè riescono a concederci brani come “Universal Daughter”, “I Do Dream You”, “Liquid Coffee”, “Nothing Makes Sense”, “My Memories’ Book” e “Logoweed”, e i restanti minuti conclusivi li dedicano a un rumoroso e allo stesso tempo giocoso feedback. Da risentire con calma.

THE RAVEONETTES
Se di rock’n’roll nel 2005 si può parlare lo dobbiamo in buona parte anche a loro. Un mix innocente quanto minimalista di garage, rock’n’roll e Jesus & Mary Chain. Reduci da un tour di spalla a Beck, sono qui a presentarci l’ultimo “Pretty In Black”. Pochi accordi, spontanei e taglienti.
Il duo di Copenaghen, Sune Rose Wagner e Sharin Foo, entrambi alla voce a e alla chitarra, è accompagnato in sede live da altri tre musicisti, rigorosamente dotati di strumentazione vintage e look anni ’50.
L’apertura è affidata a “You Say You Lie”, estratta dall’ultimo lavoro. Sempre dallo stesso album vengono eseguite la dolce “Red Tan”, l’altrettanto graziosa “Sleepwalking” e “Ode To LA”, con la sua melodia natalizia, ma non verranno tralasciati pezzi più movimentati quali “Attack Of The Ghost Riders”, “That Great Love Sound”, “Let’s Rave On” e “Heartbreak Troll”; inevitabile è fare su e giù con la gamba a tempo di musica. A livello di presenza scenica non eccellono, talvolta battendo i piedi a tempo o accompagnandosi con il cembalo. La riproduzione è buona, addirittura si sente il riverbero presente da tappeto nei vari pezzi. “Love In A Trashcan”, l’ultimo singolo, è riconosciuto da parte del pubblico, ma è con “Twilight” che i danesi concludono il set, sfibrandolo e trascinandolo in un rumoroso feedback sul finale.
Sono belli, cordiali, elettrizzanti, suonano giusto giusto l’essenziale, niente più niente meno. Adorabili. Non dite che i pezzi sono tutti uguali. Esaltano, è ciò che conta.
[PAGEBREAK] JULIAN COPE
Stravagante ed egocentrico. Con un passato nei Teardrop Explodes, band gallese dark-post punk degli ultimi anni ’70, ha proseguito fra attività di scrittore e progetti solisti irregolari, sperimentando fra la psichedelia, suoni elettronici, melodie pop, folk, o prove hard rock e punk. È ricomparso quest’anno con lo splendido Citizen Cain’d, dobbio album impossibile da classificare in un unico genere.
Per l’occasione la band è vestita e truccata in modo (autoironicamente) ridicolo, fra tute fluorescenti, facce da pagliaccio, giacche di pelle e cappelli da poliziotto. Divertono, fanno divertire, è puro intrattenimento, è spettacolo, non è solo un concerto.
Aprono la set-list con “Shaman U.F.O.”, brano dei Brain Donor, progetto di Cope, dei quali suonerà pure “Like A Motherfucker”. In ordine sparso verranno eseguite “Double Vegetation” e il ritmo pop di “Sunspots”, direttamente dal periodo anni ’80, e le più recenti “Hell Is Wicked”, tranquilla quanto magnifica, seguita dall’inno antimilitarista “World War Pigs”, brano onirico e strappalacrime. Fra sproloqui e discorsi dal tono apocalittico e ironico, Julian annuncia che mancano solo 15 minuti, così ci scappano l’hit “World Shut Your Mouth” e la distorta “Reynard The Fox”, e via al delirio finale. Sulle note ormai sviate in feedback e improvvisazione di quest’ultima, accompagnate da una chitarra suonata con un archetto per violino, lo Sciamano (per tributare Iggy Pop?) si toglie la giacca di pelle, spezza l’asta del microfono e si taglia sull’addome, dopo di che scende tra gli astanti, li abbraccia, li scruta dal basso, sale su una delle colonne laterali al palco, torna a strisciare sul terreno e infine rieccolo sul palco. Lo show è terminato, e che show! Parte del pubblico dimostra di gradire, tutti eccitati e in delirio, una minoranza lo snobba. Ancora una volta il carisma assurdo e il fascino magnetico di questo artista unico hanno in qualche modo fatto colpo. È un personaggio, folle e caloroso quanto geniale.
Troppo infuocata come performance per un pubblico per la maggior parte indie? Naaa…

DINOSAUR JR
Che gioia alla notizia della reunion! Il sound di una generazione, rumore fuso alla melodia. Leggendari.
Line up originale, con formazione a tre, la stessa dei primi tre album sfornati. Joseph Mascis, onnipresente nei Dinosaur Jr, chitarra e singer, Low Barlow al basso e ogni tanto alla voce, reduce da un passato nei Sebadoh, nei Folk Implosion e da un progetto solista, e infine Patrick Murphy, alla batteria.
Timidi, riservati e con un sorrisino appena accennato, non appaiono più giovani come vent’anni fa, soprattutto Mascis, dall’aspetto appesantito, ma le emozioni, ohhh, quelle sì che le trasmettono ancora.
Si parte con “Gargoyle”, che tocca subito il cuore, con la sua malinconica e triste voce trascinata. Dallo stesso album, il primo, l’omonimo, eseguono “Forget The Swan”, con l’intrecciarsi delle voci di Mascis e Barlow, e “Repulsion”. “You’re Living All Over Me” viene suonato quasi interamente. Il terzo CD da cui sono estratti i brani è “Bug”, infatti questi sono i tre in cui la line up era come quella attuale. Si passerà quindi da “Little Fury Things” alla dolce “Kracked”, o ancora “In A Jar”, “No Bones”, la rumorosa “Tarpit”, “Budge”, cantata all’unisono, e “Sludge Feast”, che chiude il primo set. A grande richiesta ci scappano tre bis, “Just Like Heaven” (cover dei Cure), l’orecchiabile “Freak Scene” e “Chunks”, e senza chiacchere la band se ne va.
Tutt’altro che fedele la riproduzione dei brani, anzi, via libera al feedback, quello dei più distorti, e alla sperimentazione del rumore; le canzoni mantengono il minimo di contorno indispensabile di quelle originali.
Se un fan si aspettava un ritorno vero e proprio a metà anni ’80, non è tornato a casa soddisfatto. Se un fan voleva una “panoramica” di quel sound e aveva nostalgia di una band come loro a calcare palchi live, è tornato a casa soddisfatto.
Se appaiono trasandati, sul palco si lasciano andare, Mascis in chiassosi e fragorosi suoni, Low si agita e strimpella talvolta il basso come se fosse una chitarra, e Murphy sereno dietro alle sue pelli si sfoga. Il buffo volto impassibile del singer mette tenerezza, mentenendo praticamente la stessa posizione per tutta l’ora del concerto.
Bizzarri e amabili.
[PAGEBREAK] SECONDO GIORNO: sabato 6 agosto

Copia-incolla dal sito ufficiale di Daniel Johnson.
August 5 ANNOUNCEMENT:
Regrettably, Daniel Johnston has bowed out of the August European appearances. His family agrees that mood changes seem to be surfacing that limit is capacity to cope with all the activity. The cancellations have far-reaching and regrettable consequences, and Daniel offers is apologies for the sudden changes.

Lasciando molti fan con l’amaro in bocca, delusi e tristi, l’assenza del cantautore verrà compensata con i Midwest, che invece di suonare sabato pomeriggio in Piazza Duca Federico, aprono il festival vero e proprio alla fortezza.

MIDWEST
Quartetto di Varese sotto Homesleep records, in seguito al debutto Town And Country hanno fatto uscire quest’anno “Whatever You Bring We Sing”.Riservati e pacati, mischiano country, folk e pop, risultando piacevoli, e la ventina di minuti a loro disposizione è gradevole. Magari non rimane impresso nulla di particolare, ma le tastiere perfettamente vintage sono bellissime.

KECH
Cinque, da Monza. Diretti, senza fronzoli e orecchiabili, fin troppo. Canzoni spesso banali, nemmeno uno xilofono qua e là le rende particolari. Magari ballabili, ma troppo disimpegnati. Come i Midwest, iniziano senza aver fatto il soundcheck, e dopo la prima canzone i suoni sono migliori. Pezzi come “Feet Bleed”, “On Hold”, “I Don’t Need One”, “Pop Team”, “Uh-Uh” si susseguono per la mezz’ora a loro disposizione, finchà se ne vanno. Visti bene dalla critica, non si sa perché.

SONS & DAUGHTERS
Se The Repulsion Box aveva un po’ deluso le aspettative create dal debutto Love The Cup, il quartetto scozzese on stage si dimostra più coinvolgente ed elettrizzante che su CD. E si capisce perché i Franz Ferdinand se li sono portati in tour come band di supporto.
Presentano tutto The Repulsion Box, aprendo con “Medicine”, frenetico pezzo arricchito da piccoli cori qua e là, seguito da “Dance Me In”, “Red Receiver”, che non ti si tolgono più dalla testa, o ancora la rockeggiante “Monsters”, la cadenzata “Choked” e “Taste The Last Girl”, uno dei pezzi migliori dell’album. Dal CD di debutto, l’atmosfera da far-west di “Johnny Cash”, “Broken Bones”, cantata con soave voce femminile, e “Blood”. Chiude il set “Nice And Sleazy”, cover degli Stranglers.
Arrangiamenti basilari, ritmi melodici, trascinanti, richiamano più volte a battere le mani a tempo, mentre loro scandiscono i tempi con il cembalo o schioccando le dita. Le due voci Adele Bethel e David Gow, col suo aspetto molto da saloon, si intersecano, la band fa su e giù con piedi e testa ed esegue movimenti seppur limitati, adatti al live. Rock’n’roll, blues, folk. Nulla di nuovo, sono canzoncine in fin dei conti, spesso tutte uguali, ma quello che fanno dal vivo lo fanno bene. Rivelazione.

SOPHIA
In seguito alla tragica scomparsa di Jimmy Fernandez (bassista nei God Machine), l’ex-leader della band Robin Proper-Sheppard ha dato inizo ad un altro progetto, i Sophia, band profonda e “afflitta” dal dolore.
Si presenta per l’occasione con una formazione a sette, tre violiniste, una violoncellista, un contrabbassista, un batterista e lui, voce e chitarra acustica.
Robin è sempre cordialissimo, domanda al pubblico se secondo loro i suoni vanno bene, scambia piccole battute, rivolge sguardi teneri. Proprio una gran persona, persino dopo il concerto è disponibilissimo a chiaccherare con i fan, prendendo volentieri lui stesso l’iniziativa.
Durante il concerto la chitarra l’accarezza, è leggiadrissimo, si vede che per lui ogni brano ha un valore vero e proprio. I quattro archi emanano suoni angelici, la batteria suona leggerissima, così come il contrabbasso.
Buona la scelta dei pezzi, estratti equamente da tutti gli album. Si inizia con “I Left You”, da “People Are like Season”, il singer la ricomincia più volte, finché si interrompe e passa ad un’altra. Valore affettivo? Non se la ricordava? Fatto sta che si susseguono le tristissime “Swept Back”, “If Only” e “The Sea”. Se la scelta di portare on stage gli archi è magnifica, alcuni brani paiono snaturati, si nota la carenza degli arrangiamenti, in particolare quelli con il piano, risultando magari in certi punti incompleti. Alcuni sono riproposti esclusivamente acustici, come “Oh My Love”, in anteprima per noi italiani.
I fan saranno guidati attraverso un viaggio visionario, durante il quale, socchiudendo gli occhi, le emozioni vengono a galla. Si continua con “So Slow”, “Are You Happy Now”, “The Desert Song No. 2″ e “Every Day”.
Chi non conosce i Sophia finirà addormentarsi, data la lentezza di parecchi pezzi. Il momento veramente commovente, per tutti, è quando salta la luce. Robin annuncia che “se l’audience fa un po’ più silenzio…” e attacca a suonare la chitarra senza amplificazione, seguito dagli archi, aiutati da un paio di tecnici con delle pile in mano. La sensazione è una delle cose più spettacolari, interiori, toccanti che si possano provare. Nessuno fiata. È magnifico, indescrivibile, di più. Alla fine, gli applausi sono calorosissimi, sentiti, finché torna la luce. Momenti del genere accadono raramente nella vita.
In piena tradizione si conclude il concerto con del noise finale, con tanto di effetti, sviando la potente “The River Song”, per poi salutare tutti e ringraziare. D’altronde i Sophia non sono solo un gruppo, sono un’esperienza, da rivivere ogni volta, live, guidati in un tour emotivo, e su CD, distesi sul letto, a testa alta, con accanto una luce fioca.
Senza parole.

ECHO & THE BUNNYMEN
Gli headliner della serata, gli attesissimi Echo & The Bunnymen. Direttamente dai primi anni ’80, la band di Liverpool è fra i maggiori esponenti del filone new-wave, fra postpunk, psichedelia e pop. Il cantante Ian McCulloch, dapprima con Julian Cope (!) e Pete Wylie nei Crucial Three, forma la band nel 1978, con il chitarrista Will Sergeant e il bassista Les Pattinson. Dopo anni di carriera rieccoli con un nuovo disco, “Siberia”, previsto per settembre 2005.
Sono circa le 23, quando, in sei, salgono sul palco. Abbigliamento rigorosamente “dark”, occhiali da sole e sigarettina per McCulloch.
Brividi all’attaccare di “Lips Like Sugar”, uno dei pezzi più famosi della band, neanche a dirlo, cantata e danzata a squarciagola da tutti gli spettatori. Dopo, “Rescue”, “Seven Seas” e “Bring On The Dancing Horses”.
Già si può affermare che la voce raschiata di Ian è tutt’ora affascinante, arricchita ogni tanto da un effetto eco. Il suono della batteria rende i pezzi ballabili, e fra un tappeto di chitarre e basso, dei suoni campionati completano il tutto. Will Sergeant alla chittarra è in formissima, e, oltre a suonare “normalmente”, fa dei giochetti curiosissimi. Tendenzialmente impostati e rigidi, come cita il manuale dark, la presenza scenica risulta cupa e distaccata, ma è così che ce l’aspettavamo.
E si va avanti, continuando e prediligere brani dal periodo della prima metà degli anni ’80, con le vecchie “Crocodiles” e “Back Of Love” e la più recente “Nothing Lasts Forever”. Tocca quindi al pezzo simbolo della band, “The Killing Moon”, ed è un’unica voce in tutta la fortezza. Ancora la strana “Never Stop”, la funkeggiante “Villiers Terrace”, seguita da “Roadhouse Blues” dei Doors (ricordiamo le altre cover su CD dei Doors, “People Are Strange” e “Soul Kitchen”), e in tema di brani riproposti, “Walk On The Wild Side” di Lou Reed. Finalone, la stupenda “The Cutter”.
I presenti chiamano per altri pezzi il gruppo, che opterà per “Ocean Rain”.
Bentornati.
[PAGEBREAK] TERZO GIORNO: domenica 7 agosto

ROBERT LIPPOK & BARBARA MORGENSTERN
Il primo membro degli esaurienti e acclamati To Rococo Rot, la seconda cantautrice tedesca. In seguito alla collaborazione nel 2002 e all’uscita di un EP, altri pezzi sono stati composti e riuniti in Tesri. Aprono loro la terza e ultima giornata del festival.
Le pessimiste previsioni meteorologiche dei giorni precedenti risultano realistiche, il cielo è molto minaccioso.
Nonostante tutto, la coppia parte con il set, proponendo una musica sobria, fra ambient e electro-pop, che tende più a fondere basi sperimentali e melodie vocali in modo piacevole che a far ballare. Così fra drum machine, synth, loop, tastiere, computer e una chitarra suonata con una specie di frullatore passa la mezzora a loro disposizione.
Mentre Barbara non smette mai di ridere per tutta la durata dello show e di incitare l’audience, amichevole e disinvolta, facendolo integrare e sentire a suo agio, Robert tende più a mantenere lo sguardo basso e concentrato. Non c’è male.

FOUR TET
Dietro questo nome si nasconde il giovane Kieran Hebden, definito “geniale” da parecchi critici. Con alle spalle remixe per band quali Kings Of Convenience e Radiohead, ha concepito alcuni album per quest’ultimo progetto.
Dopo un cambio di “computer”, tocca a lui. Impegnato e a attento ai suoi “macchinari”, non dialoga particolarmente col pubblico.
Poco comprensibile proporre questo genere a un festival all’aperto in una fortezza, non si riescono a vedere nemmeno gli “strumenti”, ma il pubblico sembra gradire, e soprattutto durante gli ultimi due pezzi, arricchiti da un’ossessiva, agitata e frenetica conclusione, bisogna ammettere che si forma un’atmosfera trascinante, e tutti danzano, divertiti, sotto la pioggia. Anche qui fra campionamenti di ogni tipo, dal basso alla batteria, o ancora melodie, synth e campanellini, lui e il suo laptop ci lasciano un’altra performance all’insegna dell’elettronica, talvolta ritmata, ogni tanto dedita all chill out.

BLONDE REDHEAD
I gemelli italiani (esportati in America) Amedeo e Simone Pace, con la seducente Kazu Makino hanno formato 12 anni fa i Blonde Redhead. In continua evoluzione, l’ultimo appuntamento risale al 2004 con Misery Is A Butterfly. Noise-punk-melodia-sperimentazioni e chi più ne ha più ne metta.
Quando appari così maestoso su CD, è dura non deludere le aspettative dei live. E loro, no che non deludono. Ma andiamo con ordine.
Scoppia il diluvio. Pioggia e vento, ma che piacere! Prova dei consensi che il gruppo si è guadagnato in Italia, i fan non si scoraggiano, e sono tutti là, ombrelli e impermeabili ad attendere il trio.
Poco dopo le 21 eccoli entrare, e si inizia con “Falling Man”, cantata da un angelico Amedeo. E si sesseguono “Equus”, “In Particular”, “Elephant Woman”, e l’atmosfera si scalda. Kazu, vestita interamente in bianco, abito e stivaletti, canta e suona basso, chitarra e tastiera, e danza ad occhi socchiusi. Andrea canta e suona teneramente e Simone mantiene una buona base ritmica. Il tutto risulta pieno, ben arrangiato nonostante tutto. Un po’ distaccati dal pubblico, si agitano sul palco con intensità che va crescendo man mano, lasciandosi trascinare in improvvisate di rumore e feedback.
Risulta un live bellissimo, la pioggia non è bastata a demoralizzare il pubblico, i due singer hanno voci incantevoli. L’album più suonato è “Misery Is A Butterfly”, mentre nessun brano viene estratto da “In An Expression Of The Inexpressible”. Chiudono il set con “Water”.
Potevano i fan accontentarsi? Non li aveva assorbiti la band nel loro vortice? Certo che no. Acclamatissimi, alle grandi urla, i tre cedono concedendo un’ultima, emozionante “Misery Is A Butterfly”. Toccanti. Poetici.

YO LA TENGO
Un’infinità di album li ha resi uno dei gruppi cult della scena indie rock, e quest’anno è uscito “Prisoners Of Love: A Smattering Of Scintillating Senescent Songs 1985-2003″, una raccolta di 26 loro pezzi.
Un lungo soundcheck e cambio palco, con un pubblico tutto sommato paziente, posticipa il live della band. Le precauzioni anti-pioggia risulteranno vane, infatti l’acquazzone finisce poco prima delle 23,30, orario d’entrata del trio.
Si presentano allegri, amichevoli, con i loro volti sobri. E ci regalano la psichedelia di “Night Falls On Hoboken”, le tenere “Tears In Your Eyes” e “Season Of The Shark”, “Double Dare” (cover dei Bauhaus), “Little Eyes” e l’introspettiva “Nothing But You And Me”. Ancora “Drug Test”, “Autumn Sweater”, le due voci in “Big Day Coming” e “Little Honda”, cover dei Beach Boys.
Si vede che a Ira Kaplan piace stabilire un contatto con il pubblico: chiacchera, scherza, accusa la distanza troppo elevata tra il palcoscenico e gli spettatori, e, quando è ora di suonare, ci mette passione. Canta, si destraggia alla chitarra elettrica e acustica, gioca con l’effettiera e la leva e si cimenta su una piccola batteria formata da rullante e piatto. Il buffo bassista James McNew si mette alla prova, oltre che alla mini-batteria, sia alla voce che alla tastiera, così come Georgia Hubley. Simpaticissima la coreografia stramba e satirica di Georgia e James su un brano a cappella cantato dai tre, che in seguito spariscono dietro il palco per poi inaspettatamente riapparire oltre le transenne, in mezzo al pubblico, continuando a cantare il motivetto scandido dalle maracas. Una volta tornati alle proprie posizioni chiederanno a un ragazzo del pubblico cosa vuole sentire, accontentandolo, in una versione, però, senza voce. Memorabile “Nuclear War” (ripreso dai Sun Ra), con un infinito dialogo centrato sull’arrivo di, appunto, una guerra nucleare.
Sperimentazioni elettroniche, riff pesanti, fischi di chitarra, batteria ossessiva… Loro il “rumore” lo sanno fare, e bene. Sono capaci nel giro di una manciata di secondi di trasformare il pezzo più tranquillo in un boato interminabile. Ma il concerto è finito, per loro e per noi. Grandi.

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