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  • Sircle Of Silence: Sircle Of Silence

    Sircle Of Silence

    Data di uscita: 19-11-2007

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Cui prodest?

Aprire una recensione questionando le motivazioni per le quali si arrivi nel 2007 a ristampare due album originariamente pubblicati tra il 1994 ed il 1995, neanche fossero misconosciute pietre miliari da strappare a tutti i costi all’oblio, sarebbe poco bello. Lasciamo quindi perdere i quesiti imbarazzanti e concentriamoci sui contenuti. Prima di tutto la band, classica formazione a quattro elementi, due dei quali dotati di un discreto curriculum: alla voce troviamo infatti David Reece (lo ricorderete come sostituto di Udo Dirkschneider negli Accept, ed alla guida dei Bangalore Choir qualche anno dopo) mentre dietro alla pelli siede Jay Schellen (Stone Fury/Hurricane/World Trade/Unruly Child/Asia). A completare il quadro, Chris Colovas (ex-Masi) al basso e Larry Farkas alla chitarra. Tra i co-writing credits dei brani inclusi nel primo, omonimo disco spiccano personaggi di rilievo tra cui citiamo Steve Plunkett degli Autograph, Mark (Marcie!) Free e Bruce Gowdy: pur con queste premesse, il disco stenta a decollare e finisce per arenarsi tra le secche di un sound né carne né pesce, in cui l’anima melodica dei quattro viene snaturata dal tentativo neanche troppo riuscito di sposare sonorità più moderne ed aggressive. Per dirla tutta, l’impressione che se ne trae è quella di una band scottata dagli effetti devastanti del terremoto grunge, e che si è conseguentemente dannata l’anima per evitare qualsiasi punto di contatto con le sonorità di fine anni ’80. Morale della favola, hanno finito per scontentare tutti. Quasi con orgoglio nelle note di copertina si evidenzia come il disco sia stato registrato in otto giorni durante il terremoto (quello vero) che colpì Los Angeles nel 1994: certo che se i Def Leppard hanno avuto bisogno di quattro anni per partorire “Hysteria” un motivo ci sarà stato, no? Scherzi a parte, l’album suona molto scarno e monocorde, nonostante la produzione sia stata curata da Jimbo Barton, non esattamente l’ultimo arrivato. Spezziamo però una lancia a favore di alcuni testi che, quanto meno, non attingono dal pozzo senza fondo degli stereotipi. Per citarne alcuni, “Death By A Word” affronta il tema della censura, “Color Blind” quello del razzismo, mentre “Words Get Lost” parla di incomunicabilità ed “Angels Cryin’” si occupa di AIDS e delle sue conseguenze.
Il secondo disco lascia intuire fin dal titolo quanta solarità traspaia dal suono della band: “Suicide Candyman” scorre infatti sui medesimi binari tracciati dal suo predecessore, con il quale condivide il produttore (il solito Barton) e le tempistiche di registrazione (qui addirittura ridotte a 5 giorni!). I toni risultano ancora più appesantiti, i brani ancora più ripetitivi (la mancanza dei collaboratori esterni, che almeno dal punto di vista compositivo avevano reso più godibile il primo album, si fa sentire) lasciano ben poco spazio all’eccitazione.
Ma a chi può giovare tutto ciò?

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