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  • Sirenia: An Elixir For Existence

    Sirenia

    Data di uscita: 07-03-2004

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Un elisir longevo

Questa è la seconda prova per i Sirenia, mentre per chi scrive è il primo approccio. Non nascondo che questo disco mi ha sorpreso per l’ecletticità e per come il tutto funzioni. La combinazione del melodic death per sua natura piacevole nonostante la tinta estrema, con elettronica e prog, tastiere sinfoniche e veri archi, voci femminili e chitarre acustiche, per non tacere poi dei cori classici à la Therion, lascia sulla carta perplessi o stupefatti. Ma in pratica ogni canzone ha una struttura che dosa la combinazione di tutti questi elementi, uno per volta, rendendo ciascuna riconoscibile ed equilibrata oltre che mantenendo alto l’interesse con la varietà. L’unico lato debole di questa commistione di stili (tutti tendenti alla melodia, quindi aventi un minimo comune denominatore) è che nessuno di essi si sofferma abbastanza per caratterizzarsi a livello di virtuosismo o di emozione estrema. È tutto calcolatamente calibrato, così da non aver nulla di cui lamentarsi, solo e semplicemente da godere. Infatti, godrete sin dal primo ascolto, garantito. E capirete tutto grazie all’ottima produzione che marca bene i timbri diversi di ogni strumento e dotata di una pulizia che rende i cambi di stile apprezzabilmente differenti e particolari.
Il modo migliore per descrivervi il valore di “An Elixir For Existence” è di raccontarvi le canzoni/episodi salienti, come si attaccano al vostro orecchio, come lo lusingano, che genere di estasi portano, e come si sciolgono. Delle prime tre tracce “A Mental Symphony” parla per le altre: un’oscura tastiera introduce un giro melodico e veloce di chitarre; le clean vocals maschili ispirano momenti limpidi e acustici, con chitarra folk in veste di ricamatrice sotterranea. Quindi rimane solo il tappeto di synth per dar risalto alle crescente intensità di un coro che sembra uscito dai Therion e la canzone riparte sui riff iniziali, su cui i growl recitano un dinamico ritornello. A fare le veci delle death vocals giunge poi una chitarra solista, che ricava ulteriori armonie dal giro principale.[PAGEBREAK]Si ripete il pattern limpido e acustico con maggiori arrangiamenti che accentuano un feeling melodrammatico, per lanciare i cori sostenuti da synth ed elettronica che terminano nuovamente nel ritornello. E qui abbiamo un indugio sinfonico: una viola sorretta da violini in andamento cadenzato alternato, una chitarra ritmica che crea un solido sostrato ritmico e poi lascia il posto alla voce del soprano Henriette Bordvik a duettare con pianoforte, chitarra classica e archi. Riemerge il ritornello lievemente più trascinante e forte, e si ottiene così il compimento del brano. Non da poco. La successiva “Euphoria” fa notare un attraente gioco di rimandi tra Herniette e il coro francese, che compare in tutto il lavoro, una struttura maggiormente basata su riff rocciosi e un finale trionfale in cui figura la band, l’orchestra e il coro in tutto il potenziale spettro sonoro. “Save Me From Myself” è quello che si può chiamare elettronica mista a un gothic old-style, dotata di female vocals languide e perfette; forse la parte del leone, la sensazione del feeling “giusto” all’orecchio, sta nell’eccezionale suono del violino, nella produzione perfetta di tastiere e sezione orchestrale, nel calore delle percussioni etniche inserite nel pezzo. Difficile mimare l’ampio respiro di “Star Crossed”, divisa in momenti corali intensi e pesanti, e sezioni acustiche con voci femminili delicate, nel mezzo delle quali irrompono percussioni con un evocativo riverbero che trasportano poi il brano verso territori quasi sperimentali. Il puro potenziale sinfonico viene poi svelato in “Seven Sirens And A Silver Tear”, apprezzabilissima sonata per piano (quindi una strumentale), a tratti delicata, che poi si unisce in concerto al resto dell’orchestra.
Non rimarrete certo delusi da un disco di questo livello.

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