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We don’t need no music: Skygazer

(..)Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura.(..)

Giacomo Leopardi

Nel seminterrato. Un sole al neon sopra la testa. La luce azzurra che rende la pelle terrea e gli occhi scuri. L’aria è la stessa che respiravi tu. Uguale la consistenza di noia, sopportazione e calma. Ma tu sei altrove, da qualche parte, su un aeroplano che disegna scie bianche nel cielo. Sei una freccia che si allontana, nelle nuvole ghiacciate. È una fuga silenziosa che annacqui nel sonno, lontana dai pensieri, verso una nuova vita. I tuoi occhi sono chiusi, adesso. Li immagino. La testa reclinata, le labbra chiuse. I pensieri armonizzati alla rarefazione dell’aria e dei sensi.

Guardo le mie mani, sanno ancora di terra e di erba. Su queste guance la rugiada ha creato dei solchi. La notte non è stata notte ma solo attesa. Solo tensione, solo voglia di inghiottire uno ad uno i pensieri scuri e volatili che mi hanno tenuto compagnia. Alla fine l’alba, sotto le tapparelle; la polvere che disegnava mulinelli nei raggi di sole. Solo e stanco. Le zanzare attaccate addosso, il rumore dei loro pungiglioni che uscivano dalla mia carne. Le ho lasciate fare come se fossi veramente addormentato. ” Succhiate, mordete”, gli ho detto con filo di voce. “Perché questo non è più un corpo, questa che mi scorre nelle vene non è più una vita”.
Poi i gesti di ogni giorno. In piedi, scalzo in cucina, latte freddo, biscotti e felicità affogati, doccia gelida per scacciare il sonno che non c’è stato.

L’odore di bucato addosso, vestiti indossati con indifferenza, motore, aria dai finestrini, parcheggio, scale, neon, seminterrato. Firmo sul registro delle presenze. Ogni giorno c’è qualcosa di diverso nella mia calligrafia. È un fremito che distanzia le lettere rendendole inferme e fragili. È il tuo respiro sulla mia bocca che manca, sono i tuoi occhi che non mi guardano più. Passi ordinati fino alla mia postazione. Visi gentili e placidi fissi di fronte agli schermi. Qualcuno sorride, qualcuno no. C’è una minoranza silenziosa che è conoscenza di tutto quanto. Siete testimoni delle ore mute che verranno. Non vi offenderete se oggi non sarò particolarmente gioviale, se ascolterò musica ad alto volume per cercare di non ascoltarvi ridere. Capirete questo silenzio e questa bocca perfettamente orizzontale.

Io sono altrove, ma queste dita continueranno a scrivere su una tastiera, la mia bocca parlerà al telefono con persone sconosciute ed indifferenti. I miei occhi si faranno coraggio ed affogheranno nel blu intenso dello screensaver ed ogni tanto cercheranno da qualche parte quel cielo nascosto, che manca, che non è possibile vedere da qui sotto. Sono solo stralci che colano giù dagli scarichi fognari. Li posso vedere, da sotto le grate, all’angolo di quelle finestre affacciate sull’intercapedine. È troppo poco per fingersi nel pensiero tuo, nei tuoi sguardi assonnati. Vorrei che quel mosaico di nuvole fosse attraversato anche solo per un momento dalla scia bianca del tuo aereo. Avrei qualcosa da condividere.

Più tardi, minuti di pausa, le cicale che ipnotizzano ancora, arrampicate sugli alberi. Passi svelti, oltre la strada, in quel giardino dove ci baciavamo senza aggiungere parole. Sotto un albero, dove ancora sono custodite le nostre impronte nella terra. In alto ci sono le nuvole, c’è l’azzurro ed il sole aggressivo di settembre. Il cielo è solcato da decine di scie di aeroplani. Troppe per sceglierne una ed immaginare che sia la tua. Preferisco allora rimanere sotto l’ombra a sentire lo stomaco vuoto che langue. Non ci sono parole e non ce ne saranno per un bel pezzo. Un bastardo dall’aria sgraziata corre a perdifiato dietro ad una pallina da tennis sfilacciata, un vecchio raccoglie grosse foglie di bieta selvatica e le infila in una busta azzurra. Mi fa un cenno con la mano. Tra le dita stringe un coltello da cucina. Ricambio il saluto, con quello che vorrebbe essere un sorriso. Le vie nel parco sono ferite di terra rossastra nell’erba. Ne seguo una senza convinzione, fino alla strada. Poi l’asfalto ombroso con la macchine parcheggiate a spina di pesce. Ancora cicale, ancora porzioni generose di cielo prima di rientrare. La soglia è fresca. L’interno è invernale.

Scendo le scale con gli occhi chiusi, lentamente. Uno scalino dopo l’altro, fino in fondo, nell’esofago del palazzo. Sono una figura remota che scompare nell’umanità pigiata sotto terra e bagnata dal neon. Potete riconoscermi dalla mano che tengo ferma sulla fronte. Tutto il resto è ordine confuso, forme semplici, sogni che muoiono piano, senza far rumore. Venitemi a cercare, se volete. Sono lì in fondo, vicino al muro. I miei occhi si sono fatti coraggio, queste dita stanno già scrivendo su una tastiera, la mia bocca parla al telefono con persone sconosciute. Capirete questo sorriso appena accennato.
Io sono altrove.
Io sono altrove.
Sono stralci che colano giù dagli scarichi fognari. Sono un cielo solcato da decine di scie di aeroplani. Sono l’amore sotterraneo, con il cuore di formica che brulica e sogna infiniti spazi. Venitemi a cercare. Sarete testimoni delle ore mute che verranno.

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