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  • Slumber: Fallout

    Slumber

    Data di uscita: 02-11-2004

    Loudvision:
    Lettori:

Brave Murderers?

Il doom-gothic era un genere da anni ormai spoglio e avaro di degni gruppi portabandiera. Nel 2004 i più seri candidati sono, inaspettatamente, questo outfit svedese. Prendete la lezione impartita dai Katatonia di “Brave Murder Day”, rimpiazzate l’inimitabile Blackheim con il talento creativo-malinconico standard scandinavo, implementate in pianta stabile abili tastiere con un ampio set di strumentazioni tipiche del gothic (pianoforte, archi) e saltuariamente inserite dei cori femminili. Il quadro finale è il debut album “Fallout”, un album ottimamente prodotto ed arrangiato con consapevole maestria.
Convince sin dal primo ascolto, dal monolitico ingresso delle chitarre di “Rapture”, che apre a riff dinamici e profondi costellati di limpide note di pianoforte, che si eleva a momenti di pathos eccezionale con notevoli ricami armonici di chitarra, doppia cassa enfatizzante, e ritorno all’acustico con la sua giusta dose di melanconica riflessività. Non di rado, sulla solida struttura ritmica, la chitarra solista elabora delicati giri d’impatto emozionale, mentre, al termine del brano, è da brividi la solennità evocata dalla sincopata chitarra ritmica di sfondo ai cori femminili. Gli eco dei Katatonia cominciano a farsi sentire sin dall’intro di “Conflict” caratterizzato dall’ormai familiare dinamismo ritmico cavalcato dalla lead guitar, che impartisce un mood malinconico e ipnotico; si fluttua poi dentro un secondo movimento della canzone, un conseguimento vero e proprio di un traguardo estetico mirabile, grazie ai suoi chiaroscuri, con alternanza di growling vocals e cori di soprano, terminante in un riflessivo e lento lavoro contrappuntistico delle chitarre.[PAGEBREAK]Si passa poi alla title track dove un accorato e compatto disegno chitarristico si stempera separando la sessione ritmica dalla solista, quest’ultima in costante funzione di abbellimento e risalto delle linee vocali; la pausa acustica e il crescendo che porta al finale contraddistinguono questo brano per la sua affliggente bellezza. Da plauso il lavoro attivo delle tastiere che qui come non mai si confermano uno strumento influente nella composizione e non di semplice accompagnamento o rinforzo. Il disco procede con costante qualità fino alla conclusiva “A Wanderer’s Star”, le cui lead guitar nella prima parte del brano richiamano qualcosa di “Last Fair Deal Gone Down”, mentre il finale degnamente ricompensa l’ascoltatore con un penetrante crescendo di orchestrazioni, chitarre e voce lacerante.
Questo debut è una gemma di rara e importante bellezza, ha stile, ha un songwriting impeccabile che fa tesoro in un modo tutto suo dell’eredità dei suoi maestri, trascina e coinvolge dal primo ascolto e forse l’unico pelo nell’uovo è proprio che la sua longevità è legata alla vostra velocità nel farlo vostro. In ogni caso, rimarrà tra le vostre opzioni quando cercherete un gruppo in grado di ricrearvi questo soundscape malinconico e lancinante. Fatelo vostro senza indugi (prima che le clean vocals cancellino le origini del gruppo e non cominci già un nuovo corso per questa neo-nata band).

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