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Snarky Puppy Live in concerto a Roma: il report live

Sarebbe limitativo asserire che l’evento svoltosi la sera dello scorso 7 luglio 2018 nella suggestiva cornice dell’Auditorium Parco della Musica - Cavea fosse per pochi palati musicali sopraffini. Un rischio più che comprensibile a ben pensarci, soprattutto se si vuole provare a coinvolgere gente meno navigata nel tortuoso e a volte troppo circoscritto mondo del jazz. In questo senso, gli Snarky Puppy ad oggi potrebbero rappresentare per alcuni una vera e propria svolta in un ipotetico percorso di crescita musicale, e nemmeno così unicamente legato al genere puramente stretto. A maggior ragione, i vari studenti, musicisti e/o semplicemente cultori di quella forma melodica figlia di blues e ragtime presenti nella sopracitata serata del Roma Summer Fest 2018 hanno l’opportunità in questo senso di fare la differenza.

Notoriamente composti da almeno una trentina di elementi (coinvolti “a rotazione” a seconda dei contesti), la fusion jazz band nata in quel di Denton (Texas, USA) per mano del bassista Michael League ha voluto non a caso onorare la Capitale con un unico evento italiano nel suo già consistente “Summer ’18 Tour”. Inutile dire che una simile scelta ha richiamato fan del collettivo e curiosi del genere da ogni parte d’Italia, dando vita ad una vera e propria festa della musica che dalle ore 21 si è protratta per oltre 2 ore. Partendo dagli ultimi brani registrati in “Culcha Vulcha” (2016, vincitore di un Grammy Award come miglior disco strumentale, dopo “Family Dinner – Volume One” del 2013), i 9 musicisti che per l’occasione sono stati convocati dal League hanno regalato per tutta la durata del concerto un’esperienza musicale quasi trascendentale , alternando momenti di silente (e quasi sacro) ascolto ad altri di puro coinvolgimento, invitando gli spettatori a sentirsi completamente parte della band.

Personalmente, ritengo che fossilizzarsi sui tecnicismi circa l’esecuzione di ogni singolo brano portato in scena dagli Snarky Puppy sarebbe limitante ed estremamente riduttivo. Ma del resto il nostro reale scopo non è quello inoltrarci in ambiti che altro non farebbero che allontanare dalla bellezza tipica del jazz potenziali nuovi fruitori ed elevare, allo stesso tempo, a “fastidiosi saccenti” quelli che già ne sanno masticare un po’. La band di Michael League andrebbe, au contraire, accolta come un invito sincero e genuino a riprenderci quel “tempo per noi stessi” (lontano dalla frenesia schizofrenica del mondo) grazie al culto puro e metafisico della musica.

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