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Snowpiercer: L’ultima corsa di un’umanità in decadenza

Il cinema di Bong Joon-ho andrebbe studiato nelle università, ammesso che già non lo si faccia, per catturare l’esatto peso specifico del blockbuster d’autore, in cui esigenze di mercato e spettacolarità viaggiano inarrestabili e parallele con quelle del regista, come due perfetti binari, appunto. Ci vuole fegato e bravura da vendere per riuscire a (ri)costruire un ecosistema mondiale in decadenza e prenderlo d’assalto con le chiavi dell’anarchia in una feroce metafora sul capitalismo inscatolata tra le pareti metalliche di un treno.

Un viaggio che si snoda su continui sistemi binari, spesso in alternanza o in contraddizione tra loro, con i vagoni che si aprono uno dietro l’altro simili a scatole cinesi, forzieri di indizi che costringono lo spettatore a rileggere la storia sino a quel punto e soprattutto i personaggi. Ogni vagone uno scenario diverso, ogni vagone una rilettura diversa del mondo (e del cinema). Tra i produttori, d’altronde, c’è pur sempre Park Chan-wook. Date una graphic novel in mano a un coreano e vi solleverà il cinema.

Snowpiercer” si infila nei generi come un serpente e ci scava dentro fino a portarne gli elementi alle loro estreme conseguenze, rendendoli insieme riconoscibili e nuovi, unendo motrice e coda, perché solo così un sistema può funzionare. Eppure un genere manca del tutto, quello che più ci saremmo aspettati di trovare. Bong non è attratto quasi per niente dall’apocalisse esterna, un mondo sommerso dal ghiaccio e dalla neve, da cui spunta qualche insignificante frammento, rudere di un’epoca che già scolora nel passato, orfano persino della nostalgia. A Bong interessa l’interno, la parte viva che scorre nell’arca di metallo. La carne che si scontra con l’altra carne alla ricerca del primordiale istinto di migliorare la propria condizione, che come in ogni ecosistema evolutivo che si rispetti lo fa a danno degli altri.

Una carne tuttavia, anche dopo la fine del mondo, compromessa col ferro e col legno, segno di un’artificialità biologica diventata sistema, biomeccanica. L’umanità dello Snowpiercer, quella degli ultimi vagoni almeno, rappresenta ancor più l’evoluzione tecnologica, la fusione della carne con lo strumento con le sue braccia e gambe di legno. E tra loro c’è un uomo che ha una lunga ferita circolare sull’avambraccio, che qui anche le ferite sono labirinti chiusi, prigioni mentali che ricordano chi eri e chi stai tentando di essere. E non è detto che l’uomo migliore sia l’uomo con due braccia. Ora l’evoluzione è inscritta nella mutazione e spesso il destino di un leader è sospeso a quello delle sue appendici.

Nella distopia di Bong il mondo stesso è circolare. Letteralmente. Il treno-arca descrive un viaggio perpetuo intorno alla terra, un viaggio che torna sempre a se stesso, in cui la coda rincorre la testa senza raggiungerla mai. L’anno non si calcola più in termini cronologici, ma spaziali, il termine fissato in un punto preciso del percorso dello Snowpiercer, in una ripetizione sacra, data dalla sacralità del rifugio in continua marcia, blindato, chiuso alle influenze esterne e che tuttavia cova i germi della rivolta nel bassoventre molle e fetido. Ma bisogna stare attenti a ciò che si cerca, perché magari lo si trova: il significato che si da a un atto varia da personaggio a personaggio e spesso i ruoli che crediamo di scegliere (o di non scegliere) sono stati affibbiati in origine da quello stesso sistema che si tenta di ribaltare. Perché nulla deve cambiare.

In un mondo letteralmente chiuso, la fotografia di Hong Kyung-pyo e la regia di Bong non fanno altro che evocare la claustrofobia, il buio del dentro contrapposto alla luce eccessiva, ormai inutile e fredda di un esterno diventato poco più di un quadro. La sequenza degli scontri, in cui coda e testa del treno si incontrano al mezzo, non a caso nel nodo centrale che custodisce i serbatoi d’acqua, eterna fonte di vita, è un capolavoro di orrore suggerito, di volti e mani e braccia che appaiono e scompaiono tra ombra e luce, rintoccati dal sibilo metallico delle asce che incontrano e spezzano la carne e le ossa. In uno scenario apocalittico, a bordo di un treno supertecnologico, l’uomo continua a farsi la guerra a colpi d’arma bianca, perché è la sua natura, perché gli spazi stretti coltivano e foraggiano la violenza secondo una necessità naturale, statistica, numerica.

Ed è in questa claustrofobica violenza che Bong, mi sembra, si prende lo sfizio di gettare l’amo della citazione, una citazione multisensoriale, multimodale, commentando uno scontro tra note, pareti rosso fuoco e un villain con un taglio che gli attraversa tutta la faccia. Ieri l’Overlook Hotel, oggi, che poi è il domani, lo Snowpiercer: identico sempre e comunque l’istinto omicida. E se il cinema vive di citazione, se si nutre di forme concentriche, nate l’una dall’altra in una combinazione infinita, è ovvio che ci sia sempre anche la porta che sbocca sull’autocitazione. Come altrove nell’universo di Bong, anche qui un padre e una figlia, in lotta non per ricongiungersi ma per restare insieme, possibilmente vivi. E mica un uomo e una ragazzina qualunque, ma due facce di casa: Go Ah-sung e Song Kang-ho (attore feticcio del regista), figlia e padre così com’erano stati in “The Host“.

Eppure in un universo e in un mondo così respingente, così indifferente a ogni possibilità di presenza umana, anche qui, anche nella fornace più bollente dell’umana decadenza c’è spazio per un filo di speranza. Ma perché essa ritorni, perché gli uomini se ne accorgano deve prima giungere la lancia distruttrice dell’anarchia, che sfreccia in tutti i vagoni, risale dalla cloaca del mondo dei dimenticati e dei morti viventi per portare la sua ventata di violenza e morte rigeneratrici. Forse solo la tensione esplosiva di quella rabbia, di quel bisogno di sopravvivenza può davvero forzare i catenacci di questa prigione dorata, auto inflitta, e mostrare all’umanità la sua vera faccia. Spaventosa, forse, rischiosa, di sicuro, ma vera e unica speranza della flebile possibilità rimasta.

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