Home > Interviste > “Social Habits”: l’evoluzione dei Platonick Dive | INTERVISTA

“Social Habits”: l’evoluzione dei Platonick Dive | INTERVISTA

Si chiamano Platonick Dive e per loro la musica è una vera e propria autoterapia, da estendere poi a tutti gli ascoltatori. Quel che propongono è un mix di post rock ed elettronica. E non solo: il loro sound è in continua evoluzione. La band sembra essere sempre pronta ad accogliere nuove sonorità e così oggi la loro musica risulta influenzata anche da shoegaze, ambient e downtempo.

“Social Habits” è il terzo album della loro carriera artistica, che segna una svolta ulteriore nel loro percorso, l’aggiunta della voce: ben otto brani su dieci sono arricchiti dalla presenza dei testi. Così le dieci tracce che compongono il lavoro diventano dieci vere e proprie storie di vita vissuta, in cui ogni ascoltatore può immergersi, anche solo per poter uscire per un po’ dalla frenesia della vita quotidiana. La musica per i Platonick Dive diventa quindi un luogo in cui rifugiarsi. Di questo e di molto altro ci hanno parlato in questa piacevole intervista.

È da poco uscito il vostro ultimo album, “Social Habits”. Dieci brani lo compongono, dieci storie di vita vissuta. Quanto c’è quindi di autobiografico?

Praticamente tutto. Questo è il nostro terzo album e da sempre abbiamo messo in musica ciò che siamo, la nostra vita di tutti i giorni. Abbiamo iniziato a fare musica come una forma di autoterapia, per poi “terapizzare” i nostri ascoltatori. E quindi sì, è assolutamente autobiografico. In più qui otto brani su dieci hanno anche la voce, quindi anche i testi raccontano qualcosa.

Hai menzionato la vostra visione della musica come autoterapia. Quindi questa sta continuando? E a quali conclusioni vi ha portato questa volta? Qual è in sostanza il messaggio che vorreste che arrivasse agli ascoltatori?

“Social Habits” sono le abitudini sociali, sia quelle buone che quelle cattive. Tutto l’album ripercorre questo senso di riabilitazione dagli aspetti negativi, di rinascita. Rinascita ad esempio dopo la perdita di una persona cara, di un parente, di un amore, di un lavoro: da tutti gli eventi da cui bisogna risollevarsi per poi ricostruire il proprio percorso.

C’è una traccia, “Maple”, che parla in sostanza di come a volte le cose semplici e all’apparenza banali ci possano salvare dal malessere e della frenesia della quotidianità, come se fossero una sorta di luogo in cui rifugiarsi. Per voi è davvero così?

Sì. La musica ha contribuito a renderci quello che siamo e ci ha resi anche persone migliori. Aver impiegato molto tempo in un’arte, in cui confluiscono tutte le nostre emozioni e aver cercato sempre di trasmettere dei messaggi agli altri ci ha aiutato tanto.

Quindi state dicendo che nel vostro caso è la musica il luogo in cui rifugiarsi?

Esatto. La musica per noi è il mezzo principale di comunicazione. Per noi è come respirare, è un’esigenza. A prescindere dal genere con cui comunichi, l’importante è comunicare. Poi se riesci ad arrivare a tanto pubblico e le persone si iniziano a rispecchiare in ciò che dici è ancora meglio. Ma in primis devi farlo per te stesso, per sentirti meglio, per tirare fuori ciò che di buono hai dentro.

A questo proposito, tornando alla visione della musica come terapia da diffondere poi agli ascoltatori, qual è la cosa più bella che vi hanno detto in questi anni? Oppure che avreste voluto sentirvi dire?

Molte persone dopo l’uscita dell’album ci hanno scritto dicendo che sono arrivate loro queste good vibes e che durante la mezz’ora in cui ascoltano l’album riescono a non pensare alla frenesia di tutti i giorni, agli aspetti negativi della vita quotidiana. Arrivare direttamente al cuore delle persone: questo penso che sia il punto più alto che può raggiungere la musica.

Quindi voi vorreste che la vostra musica diventasse un rifugio non solo per voi stessi, ma anche per i vostri ascoltatori?

Sì, e così spesso accade ed è molto soddisfacente.

L’evoluzione che ha subito il vostro sound è abbastanza tangibile in questo lavoro. “Waxfall”, la traccia di apertura, può essere definita la dimostrazione pratica di quest’evoluzione?

Sì. Chi ci segue dall’inizio sa che non abbiamo proposto la stessa musica in ogni album. Sappiamo chi siamo, dove possiamo arrivare; non vogliamo stravolgere completamente il nostro sound da un lavoro all’altro, però non ci piace suonare sempre le stesse cose. Abbiamo l’esigenza di fare un upgrade continuo e di sperimentare. Fa parte del cambiamento: nel tempo cambiamo come persone e ci evolviamo e così, allo stesso modo, anche la nostra discografia deve seguire questo percorso molto umano.

Un altro brano si intitola “Cure” ed è un invito ad allontanare qualsiasi malignità e qualsiasi pensiero negativo. In sostanza, secondo voi il male che fai ti ritorna? È questo il messaggio che volete mandare?

Esatto. In “Cure”, come dice già il titolo, è come se nella strofa parlassimo ad un interlocutore e gli dicessimo che se fa del male magari potrebbe ottenere prima dei risultati, potrebbe guadagnare di più, arrivare ad avere una buona posizione nella società, ma prima o poi il male fatto gli ritornerà indietro. Nel ritornello ripetiamo in maniera ossessiva “tu sei la cura”, come se volessimo quasi prendere in giro ciò che diciamo nella strofa.

Il vostro mondo sonoro è davvero ricco. Ma quali sono gli artisti che hanno influenzato più di tutti la vostra musica?

I Nirvana, fin dall’adolescenza: sono sempre stati il nostro punto di riferimento musicale; quando li ascoltammo per la prima volta capimmo che avremmo fatto musica nella vita. Poi, pensando al sound che propone la nostra band, di sicuro il post rock e lo shoegaze anni ’90, oltre a tutta l’elettronica degli ultimi dieci anni, soprattutto l’IDM, quindi artisti come Apparat, i Moderat, John Hopkins. Tutta la scena di grandi ingegneri del suono insomma.

Il 27 aprile avete presentato live l’album alla Santeria. Com’è andata? E quanto è importante per voi l’interazione con il pubblico?

Bene, è stato uno showcase, ma è stato comunque figo. Il contatto con il pubblico è molto importante. Noi facciamo un live molto energico, in cui c’è grande passione e anche molto sudore. L’album è un po’ più curato nei suoni, mentre il live è più diretto, più tosto. Durante i concerti cerchiamo di trasmettere energia ed emozioni al pubblico presente; quando dopo qualcuno ci si avvicina dicendoci che ha percepito queste sensazioni per noi è come se fosse un premio, un riconoscimento importante.

Quindi per voi il live è la dimensione in cui riuscite ad esprimervi al massimo?

Sicuramente se già dall’album arrivano al pubblico delle emozioni, dal vivo ascoltandoci e vedendoci, queste arrivano in maniera ancora più forte.

Quali sono i vostri progetti futuri?

Quest’estate faremo diversi concerti in Italia e poi continueremo anche in autunno. Dopo l’estate suoneremo in Europa; siamo sempre andati all’estero a portare la nostra musica: essendo la nostra musica un prodotto non tipicamente italiano, la sua dimensione ideale la trova sui palchi europei.

 

 

 

Scroll To Top