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Sofia Coppola: Spaesamento, distanza e mistero femminile

Si dice che in genere i registi-sceneggiatori raccontino sempre la stessa storia e la filmografia di Sofia Coppola sembra confermare questo cliché. Da “Il Giardino Delle Vergini Suicide” a “Marie Antoinette” passando per “Lost In Translation”, l’autrice ha declinato il tema della giovinezza inquieta e spezzata in tre bellissime varianti che si compenetrano a vicenda, al punto che si è giustamente parlato di un’ideale trilogia. Anche l’ultimo “Somewhere”, passato in concorso venerdì 3 settembre, riprende questo fulcro tematico ma lo rinnova da una prospettiva interamente maschile.
Circoscritto all’interno di precisi confini, l’universo poetico dell’autrice può apparire limitato, per quanto compatto, ma di certo non si può dire altrettanto del suo complesso linguaggio registico, giunto in “Somewhere” a vette di assoluto rigore ed abbagliante semplicità. Sensibile e disincantato ad un tempo, il suo sguardo appare formato sin dall’esordio del 1999. Uno sguardo capace di dar corpo ad un’idea di cinema in cui lo stile è importante quanto e più del contenuto e la musica completa ed arricchisce le immagini.

Dagli Air del primo film alla collaborazione coi Phoenix per “Somewhere”, l’autrice ha sempre avuto un intuito sopraffino per le scelte musicali. In “Marie Antoinette” l’alternanza senza soluzione di continuità di musica classica e rock contemporaneo suggerisce in modo geniale il divario insanabile tra esterno ed interno, imposizioni sociali da una parte e desiderio di ribellione dall’altra. Ma è nella definizione dello spazio e nel rapporto personaggio-sfondo che la Coppola articola in modo incisivo il tema dello smarrimento interiore, della desolazione e dell’inadeguatezza, tanto delle sue virginali protagoniste, cristallizzate nel limbo incerto ed insidioso che segna il passaggio all’età adulta, quanto di Johnny Marco, il personaggio principale di “Somewhere”.
Lux e le sue angeliche sorelle imprigionate fra le mura domestiche dalla repressiva cecità genitoriale nel Michigan anni ’70; Charlotte, fanciulla abbandonata da un marito estraneo in una Tokio liquida, caotica ed impermeabile; infine Maria Antonietta, emblema della giovinezza vacua ed irresponsabile, soffocata dal cerimoniale di corte e dalle aspettative altrui, e destinata a perdersi in una scatola di vizi e balocchi: impossibile non rintracciare nei turbamenti di questi personaggi la presenza di un elemento autobiografico che ritorna anche in “Somewhere”, storia di un attore maledetto costretto a prendersi cura della figlia undicenne e a riflettere per la prima volta sulla propria vita.

Ispirato ad alcuni ricordi d’infanzia, “Somewhere” ha non pochi elementi in comune con “Lost In Translation”: l’albergo, in questo caso il rinomato Chateau Marmont come location principale e simbolo di un non-luogo interiore, lo spaesamento geografico con l’Italia al posto del Giappone, il riferimento al mondo del cinema attraverso una figura maschile adulta e il rapporto fra due personaggi anagraficamente distanti, interpretati da Stephen Dorf ed Elle Fanning, che rappresentano la variante padre-figlia del delicato ed asessuato rapporto tra Bill Murray e Scarlett Johansson nel film del 2003.
L’elemento maschile non è mai stato marginale nel cinema della Coppola. Bob Harris e Johnny Marco sono entrambi rappresentanti di un’industria del cinema arida e superficiale in cui lo smarrimento morale della star trova sollievo nell’innocenza e nella purezza adolescenziale di Charlotte e Cleo, fiduciose, disponibili ed aperte alla vita. Ne “Il Giardino Delle Vergini Suicide” la voce fuori campo dei ragazzi testimoni del suicidio delle sorelle Lisbon crea uno scarto che acuisce la tensione e la malinconia del racconto, l’ineluttabilità del destino ed il senso di mistero legato all’universo femminile. E i mariti? Che sia lo stolto padre delle Lisbon, il fotografo al seguito della rock band in Giappone o l’immaturo Luigi XVI, sono tutti assenti o irrimediabilmente ciechi e non meritano una scintilla della magia femminile che li attraversa. Una magia carica di elettricità ed abbandono meravigliosamente espressa nella figura di Scarlett Johansson rannicchiata alla finestra della camera d’albergo e congelata in una condizione esistenziale indefinita e sospesa. La stessa dalla quale fugge Johnny Marco nel bellissimo finale di “Somewhere”, in cui al movimento circolare del ritorno al medesimo posto sceglie la linea di una nuova direzione. Qualunque essa sia.

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