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  • Soilwork: A Predator’s Portrait

    Soilwork

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Concreto e sorprendente

Il grande passo. Così si può chiamare “A Predator’s Portrait”, un disco che ha portato i Soilwork, oltre che sotto la remunerativa ala protettrice della Nuclear Blast, al di là del confine della musica estrema, verso sperimentazioni sempre più melodiche.
L’opener “Bastard Chain”, come spesso accade, vuole ancora rappresentare un cordone ombelicale con il passato, così densa come è di ritmiche martellanti, se pur mediate da inserti quanto mai smussati. È quindi “Like The Average Stalker”, con il suo esplicito riferimento al tema generale dell’album, che segna la definitiva rottura col passato, quella firmata in calce da una voce che, non avendo ancora il coraggio di mostrare la propria cristallina pulizia, rinnega comunque il growl a tutti i costi. Basteranno comunque pochi minuti ancora per gustare i primi cori puliti veri e propri, mentre per il secondo elemento di rottura, quello più sottile e meno visibile, ma notevolmente enfatizzato già dal successivo passo “Natural Born Chaos”, è già sufficiente la seconda traccia. Tastiere atmosferiche, impegnate nella costruzione di un clima più disteso, fanno la loro evidente comparsa, ancora una volta ad opera di quel Carlos Del Olmo ora anche autore dell’artwork.
Scendono quindi in campo due elementi intollerabili per i puristi dell’estremo, che infatti cominceranno fin d’ora a scontrarsi con gli estimatori della carica innovativa e della classe compositiva degli svedesi. Il ruolo di “A Predator’s Portrait” rimane dunque importantissimo, non soltanto nell’economia della band che lo ha dato alle stampe. Pur riconoscendo anche il valore di mero intrattenimento di un album piacevolissimo, oltre che significativo, crediamo che la perfetta sintesi delle numerose carte calate in tavola debba ancora arrivare. Per fortuna l’attesa sarà breve.

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