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Non una gran bella figura

La creatura Soilwork smette di evolversi, evento che dà quasi l’impressione di una certa involuzione. “Figure Number Five” denota una certa mancanza di idee fin dal titolo e dalla scarna copertina, ammantata di scuri colori che fanno presagire un inspessimento del raffinato sound di “Natural Born Chaos”, accompagnato da una regressione estetica che fa a tratti risultare alcune soluzioni addirittura pacchiane, a questo proposito si ascoltino la title track oppure gli scippi perpetrati al metal finnico in “Departure Plan”. Il tutto non si può che riassumere in un piccolo stop dovuto all’avvicinarsi della fine di un nuovo vicolo cieco, raggiunto fin troppo in fretta grazie ai lunghissimi passi dei precedenti capitoli. È giunto il momento di guardare oltre, ma la band svedese non sembra al momento abbastanza alta da poter sbirciare al di là del risultato ottenuto, se non nella persona del cantante Speed Strid, unico vincitore del disco, in quanto autore di una prova maiuscola e multiforme, alle prese con gli stili più disparati, se pur non sempre appropriati e supportati da altrettanta ispirazione musicale di contorno. Ci aspettiamo che un giorno sia in grado di offrire prove del genere anche dal vivo.
Per il resto, qualche influenza di grezzo metallo panteriano non è sufficiente ad un disco che soffre ancora di più a causa dell’eredità lasciata dagli illustri predecessori, che portano con sé un fardello di innovazione in grado di affondare un transatlantico.
Nonostante ciò, “Figure Number Five” rimane nettamente superiore a buona parte della concorrenza, la corazzata Soilwork riesce a reggere botta, anche per merito di un paio di prestazioni personali – rimane da citare quella dell’ormai lontano batterista Henry Ranta – ma la battuta d’arresto concettuale e qualitativa è evidente, tanto da permettere di consigliare un acquisto soltanto se consapevole e lasciare qualche piccola preoccupazione per il nuovo capitolo della storia.

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