Home > Recensioni > Soilwork: Natural Born Chaos
  • Soilwork: Natural Born Chaos

    Soilwork

    Loudvision:
    Lettori:

King of the hill

Da quella “Shadowchild” che ammorbidiva ulteriormente le ultime battute di “A Predator’s Portrait” prende il largo, sotto un distensivo cielo bianco, lo sciame di farfalle che risponde al nome di “Natural Born Chaos”. Arricchiti da seduzioni elettroniche e corazzati da una convinzione quanto mai ferma, i notevoli spunti del precedente capitolo assumono ora la loro forma esteticamente più apprezzabile. Di fronte ad un songwriting ispirato come al solito, a fare la differenza è lo smussamento degli inevitabili spigoli emersi nel tellurico scontro tra il thrash/death degli esordi e la zolla melodica emersa in seguito, trascinata da vocals pulite e tastiere atmosferiche. In questo momento tutti gli elementi trovano la propria dimensione all’interno di un sound tanto poliedrico quanto sorprendentemente coerente e compatto.
Quello che stupisce è proprio come riescano ad amalgamarsi alla perfezione riffoni ancora spesso pesanti e tastiere a tratti eteree, ma soprattutto delle voci che vanno dal classico growl con accenti scream al cantato pulito, passando per una serie sfumata di passaggi intermedi, ciascuno a suo agio quando viene chiamato in causa. Il risultato è una creatura che a tratti rasenta la perfezione, coinvolgente e sognante, pulita e delicata, grintosa e rabbiosa. L’energia sprigionata dal disco è ancora quella dei primi tempi, ma è ora dotata di un fascino tale da riuscire a mascherarla a chi preferisce il tocco della carta vetrata, piuttosto che la vellutata carezza di un disco adorabile fin dall’artwork (Travis Smith, non per niente).
Sarebbe inutile scendere ulteriormente nel dettaglio di un album che ridefinisce completamente un genere che ha detto ormai quanto poteva. Peccato che i follower siano ancora quanto mai distanti, accalcati contro le mura di un vicolo cieco.

Scroll To Top