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Nel 1998 i Soilwork non avrebbero nemmeno potuto immaginare che in meno di un lustro sarebbero assurti, assieme agli In Flames, al ruolo di pietra dello scandalo della scena estrema svedese. Il thrash melodico proposto con il debutto “Steelbath Suicide”, e confermato dal successore “The Chainheart Machine”, pur mostrando chiari segni di una spiccata sensibilità melodica, udibili sia nell’impasto sonoro, caratterizzato da quel sapore che oggi non possiamo che definire “svedese”, sia negli orecchiabilissimi assoli, rimane comunque saldamente ancorato alle tematiche estreme in fatto di mood, aggressivo, inquietante e claustrofobico quanto basta, e di cantato, uno dei growl più apprezzati negli anni a venire, tanto da essere preso in prestito da numerosissimi side-project. D’altro canto le ritmiche, tendenzialmente veloci e thrashy, vengono notevolmente smussate da quel substrato accessibile e avvolgente che presto sarà caratteristica portante di centinaia di dischi.
Storicamente portato alla ribalta da un gruppo come gli At The Gates, questo magma melodico trova nei Soilwork uno dei promotori che ne faranno vero e proprio trend, in grado nel giro di pochi anni di saturare le orecchie di milioni di ascoltatori. È facile riconoscere nelle tracce di “Steelbath Suicide” passaggi e sonorità riproposti, soprattutto da altri autori, centinaia di volte, ma la virtù dei nostri è, oltre al tempismo, quella di essere genuinamente ispirati nella composizione di dieci pezzi che si destreggiano in perfetto equilibrio tra l’aggressività, che le rende gradite ai fan del metal più pesante, e la melodia, che apre le porte fin d’ora a quelli che saranno gli ascoltatori del futuro.
Difficile estrarre qualcosa da un disco così compatto, ma il tiro di “Wings Of Domain” e il fascino della strumentale di apertura meritano certamente una menzione particolare.

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