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  • Soilwork: The Chainheart Machine

    Soilwork

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In crescendo e con le carte migliori in mano

Cresce la personalità in casa Soilwork. “The Chainheart Machine” gioca fondamentalmente su ritmiche invadenti e ossessive (batteria secca e preponderante in primis), che fin dal primo istante del disco, così come ancora nel corso della ghost track finale, martellano il cervello dell’ascoltatore, probabilmente allo scopo di alienarlo completamente e dargli il benvenuto nel mondo di rabbia apocalittica costruito dalle nove tracce. Termini perfino troppo enfatici questi ultimi, senz’altro, dato che non pochi colleghi si sono dedicati molto più intesamente allo sviluppo di queste tematiche, ma dalle atmosfere e dalle vocals di Speed Strid emergono questo tipo di sensazioni, enfatizzate da un forte contrasto con un guitar work che, quando non partecipa alla distruttiva confusione ritmica, si fa melodico, da un lato causa di immediata fruibilità del nuovo passo degli svedesi, dall’altro caratteristica ancora soffocata dal resto dei componenti, che sembrano al momento poter tranquillamente sopraffare le mansuete linee di chitarra.
Fatto sta che quando queste riescono ad emergere, non c’è storia, l’attenzione è tutta su di loro. È dunque su questo dualismo che si regge un disco dalla personalità più spiccata del proprio predecessore, ma comunque ancora grezza, tanto che a sorpresa subirà un’evoluzione sì prepotente da poter essere considerata un vero e proprio nuovo inizio.

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