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  • Soilwork: The Panic Broadcast

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Esaltazione in punta di piedi

Abbattuti i possibili pregiudizi, eredità del precedente lavoro, ci si lascia rapire dalla prima traccia, ma qualcosa non torna nel nuovo lavoro dei Soilwork.

Si possono avvisare i tipici tocchi della band, batteria pesante inseguita dalle chitarre fino a raggiungere l’acme dove seraficamente Bjorn si lancia nella voce pulita con i suoi acuti, ma l’elemento a tratti alieno è la stessa stesura vocale: pressante, netta, cattiva simile allo stile di gruppi come The Haunted e Lamb Of God; le parti strumentali subiscono una accelerata, così come la voce, il tutto senza disperdere il sound tipico.

Paragonandolo al Capolavoro, si può sostenere che il loro swedish si divenuto più cruento e meno leggero, prendendo stilemi altrui, che ben si amalgamano.

Decisamente una ripresa tanto sperata.
Un album completo in grado sia di sollazzare chi vuole massacrarsi in pogo, vedi quando parte “Two Lives Worth Reckoning” (impossibile non sentire il fremito del cuore a 0.24′) sia chi vuole godersi i Solwork e chi vuole limonare duro: come d’abitudine i nostri hanno piazzato la classica ballad “strappa mutande” .
Da parte di chi si era annoiato di loro, assicuriamo che questa nuova ventata riscrive parzialmente il loro futuro.

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Contro

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