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Soldi, odio e sangue: gli ultimi giorni di Emma Blank

Ad Alex van Wermerdam, regista di “The last days of Emma Blank” non piace andare ai festival, almeno non come pubblico. “Ma a Venezia mi diverto perché ho un film da presentare!”

Il tuo lavoro parla di famiglia, di soldi, d’amore da una prospettiva completamente diversa da quella tradizionale: hai voluto ironizzare sul moralismo dilagante?
No, non era questo il mio intento. Sono partito con un’idea: la famiglia, tutto il resto è venuto da sé. Volevo rappresentare un gruppo di persone legate più dai soldi che dal sangue, un quadretto tutt’altro che tradizionale, ma non è una critica ai valori della nostra società.

I tuoi personaggi, schiavi dei soldi, si umiliano pur di ereditare quella che sembra essere una fortuna: credi che sia lo stesso nella realtà? Pensi che siano i soldi a muovere il mondo?
Certo, per la maggior parte della gente è così, subisce le peggiori umiliazioni pur di raccogliere qualche spicciolo. È grottesco, quasi comico. Per fortuna per me non è così, sono un regista indipendente, mio fratello è anche il mio produttore, ci sono molte cose che vengono prima dei soldi per me.

Perché i legami di parentela vengono svelati progressivamente, a partire dalla metà del film?
È parte del mio lavoro, è divertente. All’inizio lo spettatore crede che si tratti di una signora molto ricca, che vive in questa casa di legno, circondata dai suoi servitori, in un’oasi verde nascosta tra le dune. Poi ci si accorge che il maggiordomo in realtà è il marito, che la cameriera è la figlia, la cuoca è la sorella. Sono una famiglia – il sangue li unisce- ma che non si comporta come tale.

Nel film, che nasce dall’adattamento di un tuo spettacolo teatrale, è forte la presenza del palcoscenico…
Davvero? Oh no! Ho cercato di eliminare ogni traccia, ma evidentemente qualcosa è rimasto. Ho scritto The last days of Emma Blak per la nostra compagnia teatrale, parecchi anni fa. Le repliche sono state quasi cento, a forza di recitarlo ho pensato: perché non farne un film? Aveva tutti gli elementi necessari, i personaggi, i dialoghi adatti. Naturalmente ho dovuto tagliare un bel po’, per questo temo che alla maggior parte degli attori che hanno partecipato alla versione teatrale non piacerà il film.

Dove avete girato e perché hai scelto un luogo così isolato?
In Olanda, vicino a Rotterdam. È una zona stupenda, sul mare. Ho scelto un posto così isolato perché volevo escludere tutto ciò che non era necessario, che avrebbe potuto disturbare la storia.

Come ti è venuto in mente di recitare la parte del cane?
Un cane era indispensabile: ci sono la villa, la famiglia, il giardino, non poteva mancare un bel cane! Emma Blank costringe ognuno dei suoi famigliari ad interpretare un ruolo, a Theo tocca quello del cane: mi è sembrato un passaggio naturale! In realtà non volevo recitare nel film, l’ho già fatto un’altra volta ed è stata dura: è stressante stare davanti e dietro alla macchina da presa nello stesso momento. Poi mia moglie (Annet Malherbe, Bella nel film) mi ha convinto, ma si vede che l’ho fatto controvoglia: ho dimezzato i dialoghi e le scene in cui appare il cane. La cosa divertente è che Theo non si comporta come un cane: non abbaia, non morde, non si gratta, sono gli altri che lo trattano come tale.

Ma una cosa che non si capisce è di che cosa muore Emma Blank?
Perché, è malata? Io non ne sono sicuro! Probabilmente non ha nulla di grave, forse muore di noia, di mancanza d’affetto, si “consuma”, come dice lei. In ogni caso, se dovesse avere una malattia, avrebbe qualcosa allo stomaco, come un tumore o qualcosa di simile.

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