Home > Zoom > Solo Andata – Il Viaggio Di Un Tuareg: Quando sei immigrato non puoi più nasconderti

Solo Andata – Il Viaggio Di Un Tuareg: Quando sei immigrato non puoi più nasconderti

Fabio Caramaschi, acuto documentarista e autore di vari reportage televisivi, sviluppa con “Solo andata – il viaggio di un Tuareg” un discorso originale sui sentimenti e gli interrogativi che scuotono l’animo di chi ha lasciato la propria terra per venire in Europa, e si ritrova irrimediabilmente scisso in due identità difficilmente conciliabili, ognuna delle quali non viene compresa dal mondo dell’altra.

Andato in onda su RaiTre, “Solo Andata” è la storia di una separazione e di un ricongiungimento, quello di due giovanissimi fratelli Tuareg nati nel deserto del Niger che si trovano separati dal loro destino di migranti. Il più piccolo, Alkassoum, è rimasto bloccato in Africa per anni perché non ha ottenuto il visto, mentre il più grande, Sidi, cresce in Friuli, nel cuore del Nordest industriale italiano con il resto della sua famiglia e la piccola comunità che i Tuareg hanno costituito a Pordenone, lavorando come operai nelle fabbriche della zona. Riuscirà il piccolo Alkassoum a raggiungere l’Italia, dove sembra che tutti siano felici?

Ce lo racconta Sidi, attraverso interviste che lui stesso rivolge ai suoi familiari e a suo fratello, dietro ad una macchina da presa. È proprio questo slittamento del punto di vista, da quello mediato del regista a quello diretto del protagonista del documentario, che a sua volta diviene il vero autore, la chiave di lettura del documentario, il segreto sensibile della sua autenticità. È Sidi che si pone dietro la macchina da presa e fa le “sue” domande, talvolta sorprendenti per un bambino, che scandaglia il tema della separazione dalla propria terra. Il regista proietta la sua figura di documentarista su di un bambino, che a sua volta proietta il suo mondo e i suoi rapporti verso lo spettatore.

Sidi chiede al padre cose semplici, ed estremamente complicate: «cos’è un Tuareg?», «tu che parli tanto di libertà, adesso sei libero?», e il padre cerca di fargli capire che lasciare la propria terra non vuol dire svilire la propria dignità, diventare un “rifiuto”, ed è per questo che la propria dignità, che un paese straniero può facilmente calpestare per superficialità e orizzonti limitati al proprio piccolo orto, non va mai data per scontata.

Sidi è ormai un bambino italiano e non ricorda molto del deserto, per questo Caramaschi ci porta in Niger a scoprire come vive Alkassoum prima che il padre, divenuto ormai quasi un estraneo, vada a riprenderselo dopo averlo di fatto abbandonato: interessante notare come alle ripetute domande del padre la continua risposta del bambino sia il silenzio. Arrivato in Italia, Alkassoum si trova improvvisamente diviso a metà, avverte la nostalgia della propria terra, dei ritmi lenti scanditi dal pascolo delle pecore e dagli insegnamenti del nonno. Eppure si trova finalmente con la sua famiglia. Ma è un estraneo a casa propria, e dovrà reimparare a conoscere i suoi familiari, prendere la rincorsa e raggiungerli sulla stessa strada.

Cresce di colpo, acquisisce una consapevolezza che lo fa diventare autonomo, anche affettivamente. Infatti, quando Sidi gli chiede se gli manca il Niger, lui risponde che un giorno ci tornerà, perché visto che è rimasto da solo ed è venuto da solo, potrà anche tornare da solo.

Quando un documentarista riesce a toccare le corde più sensibili, annullando il proprio sguardo scrutatore, che facilmente può diventare indiscreto e fuori luogo, e che pure c’è, allora ecco che si apre il canale della comunicazione autentica tra le persone.
Un tale risultato è frutto di otto anni di lavoro, in cui Caramaschi ha instaurato con la comunità Tuareg di Pordenone un rapporto di reciproca fiducia e amicizia. Merce rara in tempi di sdoganato razzismo.
Il film, che è stato selezionato all’African Film Festival di New York e all’ IDFA di Amsterdam, ha recentemente riscosso meritato successo al Nuovo Cinema Aquila di Roma, dove è stato in programmazione nell’ambito della rassegna Contest 2010, dedicata al genere documentario. Sarebbe interessante vederlo proiettato nelle scuole, visto che ha come protagonista due bambini che parlano con il linguaggio dei bambini e che fanno capire agli adulti cose che loro stessi confonderebbero dietro una Babele di parole fumose.

Scroll To Top