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Some guys have all the luck

Lo sfondo idilliaco di un’Arena al limite del tutto esaurito incornicia il ritorno di Rod The Mod sui palchi italiani, da cui mancava dal lontano 2002. Che poi la data coincida con il solstizio d’estate sarà anche una casualità, ma risulta assolutamente in tono con il solare spettacolo a cui siamo in procinto di assistere. Solare solo nei contenuti, vista la poco rassicurante nuvolaglia che fantozzianamente decide di stabilirsi proprio sopra l’anfiteatro romano.

Grazie al cielo Giove Pluvio decide di risparmiarci, ed alle 21:00 precise lo show prende il via trasformando il palco veronese in una piccola Las Vegas, che tra muri di luci e maxi-schermi fornisce lo sfondo ideale per una kermesse dal tono davvero lontano dalla minimale essenzialità del rock’n roll, e che ricorda molto più da vicino il glamour della sin city americana. Decisamente too posh to mosh. Introdotto dalle note tradizionali di “Bonnie Banks O’Loch Lomond”, Stewart guadagna lo stage sfoggiando una sobria giacca giallo canarino, perfettamente in tinta con la bionda criniera che nonostante le 65 primavere non pare soccombere all’incedere del tempo.

Cosa che purtroppo non si può dire della sua voce, inizialmente data per dispersa nel mix di suoni e voci che si propagano per tutta l’Arena, ma che quando finalmente emerge non riesce comunque a brillare come un tempo, pur mantenendo quella splendida, levigata raucedine che abbiamo imparato ad amare. In ogni caso, quello che gli manca in potenza viene ampiamente compensato dal carisma, che gli consente di prendere possesso di palco e pubblico con il consumato aplomb dell’animale da palcoscenico qual è.

Due ore scorrono in un baleno, tra rivisitazioni soul, richiami al rock’n roll primordiale e quella manciata di immancabili hits di un passato oramai quasi remoto accolti dagli scroscianti appalusi dal pubblico dell’Arena, che a gran voce accompagna Rod Stewart nel suo viaggio a ritroso nel tempo. Un viaggio che raggiunge il climax in un crescendo finale che metta in fila “Hot Legs”, “Maggie Mae” ed una commovente “Sailing”, per terminare alla grande con una coinvolgente “Baby Jane” sulle cui note si chiude uno show intrigante e ruffiano, il cui unico neo è per chi scrive l’assoluta mancanza di quell’urgenza rock targata anni ’70 di cui sentiamo tanto la nostalgia.

Non resta che sperare in una vera reunion dei Faces, che ci permetta di rivedere un’ultima volta il buon Rod al fianco di Ron Wood.

Love Train
Tonight’s the Night
Sweet Little Rock & Roller
Some Guys Have All The Luck
Havin’ A Party
It’s A Heartache
This Old Heart Of Mine
Downtown Train
Have I Told You Lately
Rhythm Of My Heart
Twistin’ The Night Away
Do Ya’ Think I’m Sexy?
It’s The Same Old Song
Rainy Night In Georgia
Soulfinger
First Cut Is The Deepest
I Don’t Want To Talk About It
You’re In My Heart
You Keep Me Hangin’ On
Hot Legs
Maggie Mae
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Sailing
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Baby Jane

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