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Sonar 2011: entusiasmo vs. perplessità

Premessa: non mettevo piede a Barcellona da anni e non sono mai stata al Sònar; seguo concertoni solo in Inghilterra e Germania, per cui forse la mia percezione degli eventi è viziata, e mi provoca molte perplessità. Mi riferisco al fatto che il pubblico spagnolo mi è sembrato incredibilmente rozzo e scortese rispetto al mio standard: sono stata ripetutamente spintonata da ragazzi, dalle loro borse, dalle loro maledette macchine fotografiche, senza che nessuno mi offrisse uno straccio di “perdona”; non sto parlando del pogo selvaggio durante un concerto, intendo una persona fisica che cammina lungo una traiettoria e quando incontra l’ostacolo di un’altra persona fisica va a sbatterci e poi prosegue indifferente. Per non parlare delle palpatine, pizzicotti, appellativi volgari che ho attirato, pur non essendo una patata galattica. Dalle mie albioniche parti, questi comportamenti sono ad alto rischio rissa: e difatti le uniche scuse che ho sentito dopo alcuni spintoni, venivano dagli spettatori inglesi.
Ora, che gli inglesi stiano trattando la Spagna come terra neocoloniale mi pare assodato: Barcellona ospita una quantità sorprendente di finti pub, l’inglese è la lingua più diffusa per le Ramblas; non so cosa ne pensino gli spagnoli, forse sono solo contenti dell’ondata di turismo che arriva da oltremanica, ma mi pare indicativo che pochissimi di loro parlino inglese e ti guardino strano quando tu cominci con “excuse me, Sir”. Meglio improvvisarsi ispanofoni e gustarsi la sangria.
Nel complesso, dal punto di vista umano il Sònar è stata un’esperienza irritante e sgradevole, che forse gli studenti di sociologia potrebbero apprezzare maggiormente, ma non chi vi era andato solo per la musica. Giustappunto, la musica: spiace dirlo, ma per un festival che si professa attento alla musica del futuro, alla sperimentazione, all’avanguardia, la pur promettente scaletta non ha fatto gridare al miracolo. Quindi partiamo dalle cose migliori.

Aphex Twin – re delle tessiture intricate ed idiosincratiche, un Aphex in grande spolvero svetta sopra la banalità di chi lo ha preceduto nella serata di venerdì; dopo una breve intro lenta e minacciosa, Aphex mixa sapientemente frammenti di Kraftwerk, Autechre e techno hardcore anni ’90 con le sue stesse tracks, crea un tappeto sonoro irresistibile sul quale ballare forte e veloce, e allo stesso tempo riflettere sull’evoluzione della musica elettronica. Geniale e ironico come sempre, verso la fine del set appone il suo faccione ghignante sulle visuals, sovrapponendolo ai volti di Picasso, delle Demoiselles d’Avignon, di Rafael Nadal e dell’intera nazionale di calcio spagnola.
Chris Cunningham – solo poche centinaia di spettatori si riuniscono per omaggiare il grande regista/DJ/VJ che partorisce immagini inquietanti da vent’anni. Il suo ultimo lavoro si chiama “Weird Kid” e mostra un ragazzino nero a letto, malato, il cui corpo si modifica al ritmo di un metronomo. Guardare per credere, fa veramente paura. Cunningham remixa “Weird Kid” coi suoi vecchi video, dall’erotico “Flex” a “Rubber Johhny” (salutato dal pubblico con un boato di trionfo), la tensione collettiva cresce, i corpi in pista si scuotono come quelli sullo schermo; alla fine l’atmosfera si rilassa in una quieta malinconia sulle note e immagini di “New York Is Killing Me”, il video girato da Cunningham per e con Gil Scott-Heron poco prima della morte di quest’ultimo, avvenuta a fine maggio.

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Francisco Lòpez – un evento speciale legato al programma “Aviaris Sonors” dedicato al canto degli uccelli. Lòpez è un artista sperimentale che raggiunge vette espressive altissime tramite un lavoro meticoloso di trasformazione modulare di suoni naturali, un po’ come una scheggia impazzita dal cervello di Chris Watson. Nell’auditorium del museo di scienza naturali, Lòpez ci delizia con una performance che spazia da trilli delicati a frequenze poderose e mugghianti, con qualche accenno ritmico e bassi profondissimi, persistenti. È la musica dei primordi (per come ce li possiamo immaginare nel nostro presente), è catartica ed emozionante.
Surgeon – la sua techno cura tutte le ferite inferte da una scaletta poco interessante, incorpora elementi dubstep che ne arricchiscono la tessitura e fanno, come dire, “ballare meglio”, specie alle 4 di mattina di domenica. Cresciuto artisticamente negli stessi anni formativi di Apehx Twin, Surgeon si contraddistingue per raffinatezza e per una tavolozza ritmica sempre variata.
Silent Servant – l’ultimissimo numero del Sònar è anche il migliore, davvero dulcis in fundo: meno ballabile di Surgeon ma dai suoni più violenti e coraggiosi, il DJ americano fa sprofondare lo sparuto pubblico mattiniero (dalle 5 alle 7) in una trance gioiosa ed estrema, fatta di ritmi aggressivi e ringhianti, animaleschi, selvaggi. Lui stesso salta e balla dietro la console ridendo come un bambino, il suo entusiasmo è chiaramente contagioso. Al termine del suo set ci si sente come dei sopravvissuti, si è pronti ad uscire a salutare il sole, l’energia non è scemata di un milligrammo. Capolavoro.
Sul resto non vale la pena di spendere troppe parole: Dizzee Rascal, M.I.A. affiancata per l’occasione da Ms. Dynamite, The Human League fanno tutti il loro sporco lavoro con professionalità e con l’approvazione della folla, ma senza sfoggio di grandi idee innovative. Il trio dubstep Magnetic Man comincia molto bene con ritmi sensuali e coinvolgenti; non si capisce perché abbia affidato le parti vocali ad un rapper-preacher che distoglie l’attenzione. L’italiana DJ Lucy spicca per la techno stringente e dura, sicuramente un nome da tenere d’occhio nel panorama nazionale.

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