Home > Recensioni > Song to Song

A pochi mesi dall’uscita italiana di “Knight of Cups”, che arrivava però quasi due anni dopo la presentazione alla Berlinale, e ancora in attesa di vedere “Voyage of Time”, eccoci di nuovo a parlare di Terrence Malick: “Song to Song” arriva per fortuna nei nostri cinema a poche settimane dall’anteprima mondiale dello scorso marzo al SXSW Film Festival di Austin. E il festival texano non è stato una scelta casuale, perché proprio la scena musicale di Austin fa da sfondo alla storia raccontata in “Song to Song”.

Storia, sì: a differenza dei film più recenti di Malick, “Song to Song” ha una storia abbastanza canonica e dei personaggi che stanno in scena a rappresentare se stessi, e non concetti astratti come la Grazia di “The Tree of Life”, o le sfaccettature dell’Amore portate sullo schermo in “To the Wonder”.

La regia, però, fa anche qui ampio uso di voci fuori campo e montaggio frammentato (ci hanno lavorato in tre: Rehman Nizar Ali, Hank Corwin e Keith Fraase), puntando tutto sull’estetica, intesa etimologicamente come percezione. Più che a seguire un racconto, siamo insomma chiamati ancora una volta a riconoscere le nostre esperienze nelle suggestioni visive del film, qui incentrate sulla ricerca dell’identità, dell’anima e della felicità attraverso le relazioni sentimentali: si passa da un innamoramento all’altro, da una canzone all’altra (song to song, appunto), sperando di cogliere un senso e trovare una direzione.

Della difficoltà di recitare per Terrence Malick dicevamo già a proposito di “Knight of Cups”, sottolineando come ci siano attori più o meno adatti, per qualità e stile, al metodo del regista. Ecco, in “Song to Song” abbiamo un attore che, sulla carta, non sembrava proprio adatto: Michael Fassbender. Troppo concreto, troppo tagliente, troppo poco malleabile. Eppure, questo suo essere un corpo estraneo nel flusso di immagini malickiano si rivela una carta vincente, creando un effetto nuovo e sorprendente. Se infatti i suoi compagni di scena Ryan Gosling, Rooney Mara e Natalie Portman cedono alla macchina da presa, la assecondano, e si mostrano costantemente consapevoli della sua presenza, Fassbender al contrario le resiste, recitando come sa fare: con freddezza spietata, feroce introversione, e una punta di misteriosa ironia.

Michael Fassbender ha sempre saputo restituire di ogni suo personaggio un ritratto inquietante, impenetrabile, e mantiene questa capacità anche in un film che invece l’interiorità dei protagonisti vorrebbe metterla in scena, letteralmente scriverla attraverso la coreografia di azioni essenziali, pure. Gli altri personaggi ci si svelano, poco a poco, tra voci off, incontri chiarificatori, dialoghi introspettivi e ripetitive danze amorose illuminate da Emmanuel Lubezki. Il suo Cook no, lui rimane un enigma, e quindi resta umano, perché rifiuta di giocare all’archetipo.

Anche la bellezza di Fassbender (atroce, va detto) mantiene così una forza espressiva maggiore, libera dalla passività di Rooney Mara, dalla delicatezza di Natalie Portman – valorizzata meglio in “Knight of Cups”, mentre qui al personaggio avrebbe giovato un po’ di ruvida imperfezione – e dal compiacimento di Ryan Gosling.

Apprezzare o meno il cinema di Terrence Malick è ormai una questione di affinità, soprattutto rispetto alle soluzioni proposte dal regista di fronte ai dilemmi esistenziali vissuti dai personaggi. E in questo senso “Song to Song” ci conduce verso un finale dal significato molto preciso, ma non necessariamente condivisibile. Il materiale cinematografico è però così abbondante, ed elaborato con tale cura e consapevolezza (dell’indomabilità di Fass il buon Malick si sarà pur reso conto), da donare sempre al pubblico qualcosa di prezioso su cui ragionare e da cui farsi emozionare.

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