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Sono un ragazzo di strada

Partiamo dal titolo di un grande successo dei Corvi per introdurre Emanuele Gagliardi, giovane attore calabrese che ha fissato in queste pagine alcune istantanee di sé e del suo mondo. Il racconto si fregia di quella tipica ironia dal retrogusto un po’ amaro di chi vive certe realtà della nostra terra, bellissima e disgraziata, e lo fa in prima linea, da “Ragazzo Di Strada”. Da chi si nutre dell’energia dei vicoli, da chi ne conosce la forza ma anche la miseria, e con caparbietà insegue il sogno di tramutare la sua passione nel suo mestiere.

Il tuo rapporto con la scuola non è mai stato facile. Ma, per fortuna, il teatro ti ha prospettato una via di fuga. Ci vuoi parlare del tuo approccio con l’arte e, più in generale, del tuo percorso?
Conosco da sempre un detto antico: vai a scuola per scaldare il banco? Beh, nel mio caso era il banco a scaldare me. Mi rifiutavo di studiare, soprattutto le materie scientifiche e il computer. Ma mi affascinavano la storia e la letteratura, specie l’epica e l’Iliade di Omero. Ricordo che nella primavera del 2000 la mia scuola partecipò al progetto-teatro. Visti i miei “rendimenti fantasma”, per i quali presi il soprannome di “re dei non classificati”, i professori mi misero di fronte ad un bivio: o scegli di imparare ed interpretare la parte di Cyrano de Bergerac in francese o ti bocciamo. Scelsi di interpretare il cadetto di Guascogna nell’incredulità più totale dell’intera scuola, pronta già a consolarmi davanti ai quadri di fine stagione. Ebbi un successo che nessuno mai si sarebbe aspettato, nemmeno io e nemmeno mio padre, ormai rassegnato e convinto di mandarmi ad imparare un mestiere in una bottega qualunque. E da li cominciò la mia avventura sul palcoscenico. L’avventura di un attore occasionale.

I tuoi personaggi nascono dal quartiere. Quanto è importante l’osservazione del mondo circostante e come riesci a fondere il citazionismo dotto con le debolezze e le inclinazioni di un popolo, in particolare dei cosentini?
Parliamoci chiaro fin da subito: io non posseggo nessun titolo universitario e sono privo di titoli accademici, un po’ alla Njuchin ne “I Danni Del Tabacco” di Cechov. Tuttavia, per fortuna o sfortuna, ho conosciuto due folli e bravi maestri: uno si chiama Totonno Chiappetta, noto negli anni ’90 quando fu coccolato da mezz’Italia ed era in prima linea nella trasmissione “Macao” di Boncompagni. Chiappetta, con la sua solida esperienza nelle piazze, mi ha insegnato molti trucchi del teatro-cabaret e nel rapporto con la gente, portandomi a recitare nei quartieri malfamati, nelle carceri e negli ospedali. L’altro si chiama Ennio Scalercio, regista proveniente dall’accademia “Silvio D’Amico”, famoso per le sue idee rivoluzionarie ed il teatro politico, meticoloso sulle analisi dei testi drammatici, sulla dizione e sulla grammatica scenica, tanto da farmi interpretare nel giro di un paio d’anni Smirnov ne “L’Orso” di Cechov e Krogstad in “Casa Di Bambola” di Ibsen.
Io però mi sento filofelliniano, cioè amo il quartiere, amo il profumo dell’originalità e le persone autentiche. Ad esempio, trovo originale e divertente passare il pomeriggio dalla “zia Angiulina” (che è l’istituzione di tutto il vicinato), che abita nel mio quartiere a Cosenza vecchia e, tra un caffè e una frittata di cipolle preparata secondo le antiche tradizioni, mi racconta i fatti goliardici e le romanze antiche, con il calore della sua immancabile stufetta, i pavimenti a scacchiera bianco e rossi e l’umidità, che rappresenta il dettaglio di una storia che ha segnato questi luoghi così caratteristici.

In tanti dicono sia più facile trovare personaggi pittoreschi, da cui trarre ispirazione, nei piccoli centri che nelle grandi città. È davvero così e, se si, perché?
È così, perché la medio-piccola città ti dà l’opportunità di orientarti meglio, facendoti conoscere l’identità di cose e persone. La mia città è strana, ma nello stesso tempo unica. In primis perché nel giro di due km c’è la storia di un intero millennio, che va dal 410 d.C., ovvero dalla leggenda del re Alarico, che dopo aver compiuto il sacco di Roma morì e fu sepolto alla confluenza dei due fiumi che attraversano Cosenza, il Crati ed il Busento. Fino al 24 luglio 1844, quando furono fucilati i patrioti Attilio ed Emilio Bandiera, passando per il filosofo dalle cui idee molti trassero ispirazione: Bernardino Telesio. E se Cremona è famosa per le sue 3 T, “turoon, Toras, tetas” (torrone, Torrazzo e super tette), Cosenza lo è per le 3 C: “i colli”, che sono sette come a Roma e a Cagliari; “il castello”, edificio di matrice svevo-normanna; e “la ciutìa”, che è la pazzia caratteristica della sua gente.
Finanche Dumas descrisse Cosenza come un’affascinante borgo storico, che però aveva il difetto di avere degli abitanti così grotteschi da paragonarli ai “cristini” e agli “scapini”, i tipici personaggi dell’allora commedia dell’arte francese. Il cosentino medio è una maschera comica forse ancora poco conosciuta, che con le sue posture e le sue camminate situazionali riesce ad essere come il “Calandrino” boccaccesco, ovvero malizioso e fesso, ed ovviamente mai soddisfatto. Infatti, se a Napoli c’è l’arte di arrangiarsi, a Cosenza abbiamo l’arte di arrabbiarsi.
[PAGEBREAK] Josè Saramago dice: “Quanto più ti travestirai, tanto più assomiglierai a te stesso”. Calarsi nelle braghe di qualcun altro, di un personaggio da interpretare, agevola la riscoperta di aspetti, se non proprio sconosciuti, comunque latenti di se stessi?
Credo che Saramago abbia ragione. A me capita di constatare ciò quando sono nell’ultima fase dell’impostazione del personaggio, ovvero la caratterizzazione che lo rende, attraverso la voce, i gesti e la mimica, il più simile possibile alla tua interpretazione naturale. Un po’ lontano dalle teorie Stanislaskiane, secondo cui l’attore deve essere assolutamente insensibile al personaggio. Io credo, invece, che l’attore deve sentire il personaggio dentro di sé ed essere quel personaggio, come il cantante che interpreta la canzone. Se si è naturali si arriva meglio al pubblico.

Hai scritto un libro dal titolo “La Mia Prima Volt” nel quale racconti della tua vita, della tua terra e dei suoi abitanti, con tutte le loro peculiarità analizzate attraverso la lente della satira. Ti va di presentarlo?
“La Mia Prima Volt”, ovvero il libro più svenduto della storia! Un libro scritto con il cuore e per il piacere di scrivere. Rappresenta un’amarcord della mia adolescenza in chiave comica: dalle scuole medie ai miei pochi viaggi, fino alle disfatte con le donne, con un misto di autoironia, poesia e satira sui calabresi medi, che non rinuncerebbero mai ad un piatto tipico per un “big mac”. Nasce per caso, nasce con il gusto di descrivere luoghi e personaggi nascosti nei vicoli dei paesi e delle città che fanno però la storia attiva di un posto e rimangono immortali: come la figura del Peppino di via Rivocati, che conosce vita e miracoli di tutto e di tutti, o del Domenico Fuoco che ha 70 anni, ma va a giocare ancora nei campetti con i ragazzini di 12; o dell’ingegnere Vinto che addomestica le sue papere. Sinceramente credo che a 28 anni suonati, senza né arte né parte, avendo la faccia tosta di continuare a voler “campare” di pane e arte, mi riconosco un umorismo newyorkese che per un uno che scrive ed è alle prime armi non è male. Naturalmente la mia ragazza e mia madre non lo hanno comprato il libro.

Ti si vede spesso insieme al maestro Eugenio Turboli, nel tandem “Profumo di Zagara”. Come nasce questo duo?
Il tandem ”Profumo di Zagara” nasce per gioco nel 2006 nel Franz Teatro di Cosenza, quando conobbi il maestro Eugenio Turboli. Ci siamo subito intesi e da lì cominciammo a sperimentare brani e repertori della musica popolare calabrese, per arrivare al cabaret vero e proprio. Col tempo ci siamo specializzati ricercando nel vecchio varietà italiano, con i testi di Totò, Sordi, Manfredi, Taranto e Matteo Salvatore, creando una vera e propria sperimentazione tra teatro, cabaret e canzone, con dei miei pezzi musicati da Turboli, come: “Calabria Terra Sagra”, “Siamo Italiani”, “Io Rimango A Cas”, “Il Signor Superficiale”, “Un Avaro”, “Figlio Di Mamma E Di Papà”, “La Ballata Del Consigliere Comunale”. Molti sono i riscontri positivi nella regione, nei teatri e anche nelle piazze, tuttavia più difficoltose da gestire per la totale assenza delle sedie per il pubblico, specie nelle feste patronali, nelle classiche sagre e feste della birra. Ormai pronti per un palcoscenico nazionale, io ed il maestro Turboli passiamo ore ed ore a provare per perfezionare questa nostra sperimentazione, che attraverso una satira sottile alle istituzioni, a mò di teatro- canzone, cerca di lasciare il messaggio di un’arte genuina ed originale, ormai cancellata dai vari talk show di basso livello.
[PAGEBREAK] Quali sono oggi le prospettive per un giovane artista in una piccola città di provincia?
Le prospettive sono molte ma quella più importante è sicuramente il poter continuamente sognare. Sono tanti anni che sogno e poi rimango deluso dalla realtà che mi circonda, però stranamente le sconfitte mi danno carica per comporre e scrivere, per ricercare e per aggiornarmi. Un’artista deve essere ambizioso, deve crederci ed essere sempre pronto a gettarsi nella mischia, perché le occasioni migliori capitano nei momenti inaspettati. L’arte oggi l’hanno fatta diventare una competizione, con tutte queste pseudotrasmissioni piene di sponsor, business, oche, veline e castratori di talenti pronti a buttarti via quando non servi più. L’arte è stile e lo stile non è da tutti, come avrebbe detto il grande Bukowski: ci vuole stile anche ad aprire una scatola di sardine. La mia prospettiva è quella di poter campare dignitosamente con le mie piccole cose, dove arte e autenticità sappiano valorizzare quanto più di vero ci sia.

Lo scorso anno il comico Daniele Luttazzi è stato al centro di una polemica legata al fatto che avrebbe attinto decine di battute dal repertorio di numerosi colleghi, soprattutto americani. Il tuo pensiero sul plagio.
Credo che Daniele Luttazzi sia un grande artista. Purtroppo molti colleghi e molti critici sono sempre pronti a distruggere per puro spirito masochistico. La scuola genovese cosa ci ha insegnato? Ci ha insegnato che molti artisti collaboravano tra di loro. L’imperatore Nerone si ispirava alla civiltà ellenica ma non per questo eseguiva un plagio. Non bisogna confondere il plagio con l’ispirazione. Ogni artista, musicista, attore, imitatore, pittore e cantante che sia, ha le sue ispirazioni ed i suoi idoli. C’è chi mitizza Simon & Garfunkel, chi Woody Allen, chi Muhammad Alì, ma non per questo li plagia. L’arte è collaborazione, è poesia, sincretismo, l’arte è marciapiede. Dico a Daniele di continuare per la sua strada e soprattutto di continuare a regalare le emozioni al suo pubblico, che tanto se non ci sono i critici ci saranno pur sempre le suocere.

I tuoi progetti nell’immediato futuro?
Il mio progetto più importante sarà la nascita del mio primo figlio, forse in un periodo particolare della mia vita. Spero di potergli dare tutto ciò di cui ha bisogno, per farlo crescere nel migliore dei modi in un momento in cui ancora devo propormi bene e nel quale non ho il becco di un quattrino. Ci sono giorni in cui vorrei mollare tutto, ma poi penso che c’è tanta gente che ha bisogno di me. Sarà per loro e per quelle persone che non ci sono più e che credevano in me che proverò a sfidare tutto per mangiare e per campare. Regalare un sorriso a chi soffre è più importante di un applauso ipocrita. Ho sempre sognato di recitare e cantare nelle strade e nelle piazze europee. Io sono un artista di “fame” e non di fama, sono un artista “stanziale”, che rimane nei vicoli della sua città inseguendo le giornate ed i sogni, emozionandosi davanti all’inno della marsigliese e ad un film di Stallone. E come avrebbero detto i mitici Blues Brothers “everybody needs somebody to love”.

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