Home > Recensioni > Sophia: There Are No Goodbyes
  • Sophia: There Are No Goodbyes

    Sophia

    Data di uscita: 01-01-2009

    Loudvision:
    Lettori:

Diciamoci almeno arrivederci

Robin Proper-Sheppard non vuole credere alle persone che si separano. L’ex-frontman dei God Machine, da quasi quindici anni a capo dei Sophia, ha dato al suo progetto questo nome non tanto per uno scolastico e sfacciatissimo rimando alla saggezza quanto per la profonda tristezza che la parola sophia evocava in lui. Ed è vero che in un ideale Bignami della Grande Storia dell’alt rock il lemma dei Sophia troverebbe prontamente due o tre sinonimi per “tristezza” ed “evocatività”, ma ciò di cui non si tiene conto è che almeno dai tempi di “People Are Like Seasons” (2004) l’aggressività delle origini viene sublimata in un’accessibilità sempre maggiore.

“There Are No Goodbyes” sembrerebbe il culmine di questo percorso, a partire dai testi, tutti intrisi di positività e tuttavia minacciati da angosce e fantasmi del presente (si pensi all’ottima, ma tutt’altro che rassicurante, “Portugal”). Ed è questa la loro bellezza, almeno fino a che non è il manuale del perfetto afflitto a prendere il sopravvento.

E se le prime tre tracce si costruiscono su solide basi di chitarre quasi new wave, è quando compaiono tripudi di steel guitar e glockenspiel (è il caso della centrale “Obvious”), duetti e splendidi clarinetti introduttivi che l’album subisce una svolta, non del tutto imprevedibile e sempre inscrivibile all’interno della ricerca di Proper-Sheppard, ma benefica.

Non è un caso che l’edizione limitata, in uscita l’8 giugno, comprenda un secondo disco che nell’insieme supera in suggestività alcuni brani di “There Are No Goodbyes”: sarà il quartetto d’archi, sarà la domesticità di un live ben registrato il giorno di San Valentino, tutto concorre a creare una dimensione intimista ben più adatta al nuovo approdo dei Sophia.

Per quanto ci si sforzi, è difficile vedere alcune cadute come intenzionali (si sta parlando del testo di “Heartache”, e in particolare del suo I’m like a child waiting for the postman at the front door, similitudine oltretutto poco efficace perché è raro che un bambino attenda con ansia il postino, a meno che non si tratti di un bambino che ordina su Ebay). Non si sottovaluta Robin Proper-Sheppard, i cui tocchi impressionisti ai testi talvolta meravigliano, bensì il già menzionato manuale del perfetto afflitto, custodito come un gattino tra le braccia in poltrona (SIMILITUDINE) dal Conor Oberst più trasandato. Non sottovalutiamo Robin Proper-Sheppard. Non sottovalutiamo Conor Oberst. In due maniere diverse.

Pro

Contro

Scroll To Top