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Sopra il ginocchio, tutto

Si presentano in gonnella per screditare la loro immagine di giovani-donne-dedite-al-ritmo-e-basta, ma in verità sono molto di più. Sono Thao Nguyen, Erin McKeown ed Anaïs Mitchell: se non fossero giovani donne in gonnella sarebbero bombe ad orologeria pronte a sconquassare la concezione comune di “canzone d’amore”, “Stati Uniti del folk” e “andiamo a un concerto stasera? No ma suona una DONNA”. Batti questo, maschilismo impenitente.

Apre la serata Anaïs Mitchell con la sua chitarra acustica: se il suo approccio è quello dei tre più simile al cantautorato femminile e melodico classico, quando la raggiunge sul palco Erin McKeown nel ruolo di Euridice (Mitchell fa Orfeo, un controsenso apprezzabilissimo, considerata la voce ben più profonda della McKeown), la fluidità e la sensibilità del duetto attirano le orecchie degli sparuti gruppetti di pubblico accorso alla Casa 139.
Non è un caso isolato: quando le due si trovano sul palco insieme, con due voci (e chitarre) così contrastanti, zittiscono chiunque e possono inerpicarsi per sentieri inaspettati quali il gospel, suscitando il favore di tutti.

Erin McKeown, rinomata stella folk d’oltreoceano nonché musa ispiratrice e conterranea di Thao Nguyen, si lancia in un set troppo breve e mostruosamente bello. Scandagliando soprattutto l’ultimo album, “Hundreds Of Lions”, chiedendo la partecipazione del pubblico e dialogandoci in italiano. “To A Hammer” in apertura mette abbastanza in chiaro il modus operandi della musicista: il massimo risultato con una strumentazione minimale (solo chitarra, per questa sera) e liriche all’incrocio tra la parabola e il nonsenso. Stupore e applausi, Erin McKeown apre la vera e propria serata dedicata al’Orgoglio della Virginia.
La Virginia, dice. Uno Stato bizzarro, essendo «più uno Stato da Sud che da Nord, ma non del tipo follemente redneck».

Tutti, sul palco, parlano degli antipasti non identificabili assaggiati per cena.

Ma non togliamo nulla ai fedeli compagni di Thao Nguyen, i due non-fratelli Thompson, validissimi comprimari che, con basso e batteria, conferiscono alla musica una densità da formazione di almeno cinque/sei persone.
The Get Down Stay Down: ecco cosa mancava! La band.
Quella di Thao Nguyen è una scrittura malinconica ma mai lamentosa, e ciò che più colpisce della sua performance è la fisicità. Sempre al limite della trance, Thao mette in piedi uno show che non è mai emozione rilasciata sul palco e destinata a rimanervi: è comunicativa, scuote il pubblico, lo fa ballare (nel caso degli sparuti gruppetti: gli fa muovere la testa su e giù con decisione).
Su una base di incommensurabile consapevolezza ritmica, i tre Get Down Stay Down si prendono libertà quali avventarsi tutti quanti sulla batteria durante il finale di “Beat (Health, Life And Fire)”, con furore e condivisione da parte di palco e folla, per un risultato che più comunemente è noto come il maniomio.
Non è l’unico momento in cui Thao mette tutte le sue forze – c’è il beatboxing di “Bag Of Hammers”, il ritmo dance di “Easy”, la rivalsa esteriorizzata di “Body” e, infine, la canzone per cui vengono richiamate sul palco Anaïs Mitchell ed Erin McKeown a partecipare con cori e pianoforte: “Feet Asleep”, definita un hootenanny, coinvolge tutti tra battiti di mani, code improvvisate e prolungate all’infinito, ritornelli cantati con partecipazione.

Lei la chiama catarsi. A concerto finito, tutti fuori alla chetichella, ma esultanti.

What About?
Good Bye Good Luck
Body
Violet
When We Swam
Beat (Health, Life And Fire)
Big Kid Table
Bag Of Hammers
Feet Asleep
Easy
Know Better Learn Faster
The Give
Fear And Convenience

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