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Sopravvivere alla guerra

L’argomento del giorno, oggi all’Hotel Excelsior, è d’estrema attualità: parliamo della società americana e della guerra in Iraq dal punto di vista dei veterani al ritorno dal fronte. È questo il tema principale di “Ward 54″, inchiesta precisa e approfondita sulla depressione e i problemi di reinserimento nella società da parte dei giovani soldati in congedo, firmata da Monica Maggioni. Ad accompagnarla, il protagonista della pellicola, Kristofer Goldsmith, veterano del conflitto.

Lei è sempre stata una reporter di guerra e inviata dall’estero, per scelta: come le è sorto questo interesse?
Monica Maggioni: Ho sempre letto con interesse i reportage di guerra in regioni e realtà molto diverse dalle nostre, e da qui pian piano ho espresso la certezza di raccontare delle storie complesse: la guerra è un’esperienza in cui l’essenza umana è messa più in discussione, ma ero consapevole della situazione difficile che avrei affrontato.

Avrà incontrato sicuramente delle difficoltà e dei momenti di incertezza, vedendo la vita della popolazione e dei soldati. Le è mai venuta voglia di lasciare?
La voglia di lasciare sarebbe stata la negazione della mia scelta. Sapevo che la situazione sarebbe stata complessa, che avrei trovato situazioni difficili fatte soprattutto di emozioni forti, però volevo raccontare proprio questo. Perché se le guerre vengono raccontate, si creano le premesse di una riflessione a riguardo.

Quando ha avuto l’idea di realizzare questo lavoro?
Non ho deciso di realizzare questo documentario mentre ero inviata nelle zone di guerra, ma l’idea mi è venuta dopo, quando sono rientrata negli Stati Uniti nel 2008 per seguire la campagna elettorale di Obama come inviata. Qui ho potuto vedere come questi ragazzi, ritornando a casa dall’Iraq e dall’Afghanistan, non trovavano più il filo di una vita normale e la voglia di ricominciare a vivere. Questo è stato lo stimolo che mi ha spinto a raccontare questo fenomeno, questa sorta di malattia: ho cercato di capire quanti e chi fossero, come riuscivano a raccontarsi e a rapportarsi al problema.
Sono venuta a conoscenza dell’esistenza di molte associazioni che si occupano di questo problema, e cercano di stare vicino a questi soldati. Da qui ho iniziato a lavorare sull’approfondimento della storia, come una qualsiasi inchiesta giornalistica.

Come ha svolto questa ricerca, e come è arrivata a scegliere questi 4 esempi di veterani?
Il lavoro è stato più complicato di come potrebbe sembrare: ho viaggiato molto in giro per gli Stati Uniti, raccogliendo esperienze e testimonianze; soprattutto ho cercato di capire i particolari e le varie caratteristiche della malattia, nelle sue varietà.
Alla fine, ho cercato di integrare alcuni elementi per avere una storia con un valore simbolico, per far capire che dietro questi esempi ci sono migliaia di storie dello stesso tipo.
Ho scelto la storia di Kristofer Goldsmith perché ha la capacita di ripercorrere la sua esperienza con lucidità e grande capacità di autoanalisi: questo ha permesso di ridurre la presenza ingombrante di un narratore esternom perciò il lavoro di montaggio è stato più semplice. La sua storia è stata quella che mi ha più affascinato.
Significativo nel film è stato l’incontro di Kris con i genitori di Jeffrey, il marine suicida, perché ha potuto in qualche modo rispondere alle domande cui il figlio non avrebbe mai risposto. Questo incontro è stato un tentativo di conoscere i sentimenti del figlio, ma solo dopo averlo perduto.

Secondo lei su cosa bisogna lavorare per trovare delle soluzioni?
Innanzitutto sono necessarie delle scelte politiche, perché lo Stato ha il dovere di prendersi cura dei propri cittadini; poi bisogna considerare l’aspetto economico, perché il problema è molto diffuso. Un altro piano su cui bisogna lavorare è l’opinione pubblica: è necessario educarla perché non consideri i veterani come dei diversi, ma si impegni a coinvolgerli nel momento delicato dopo il loro ritorno. È la società che deve assumersi la responsabilità morale, a partire da una maggiore sensibilità sulla guerra: spesso i soldati non vengono coinvolti perché la guerra stessa è sentita come esperienza estranea e distante.

Kris, tu alla fine sei guarito e hai sconfitto questo disagi, la malattia, l’alcolismo. Dove hai trovato la forza di ricominciare? Da qualche fattore esterno, o dentro di te?
Kristofer Goldsmith: L’ho trovata innanzitutto dentro di me, e parlare con Monica mi ha aiutato a scavare nel mio animo; e mi sono reso conto di quanto sia importante sensibilizzare gli altri.
I primi giorni di terapia sono stato molto male, avrei voluto mollare subito; ma superato questo momento, mi sono sentito molto meglio. È stato molto importante condividere la mia esperienza con le altre persone, parlandone: ho viaggiato tanto negli Stati Uniti, ho parlato in occasioni pubbliche, come per esempio ai giovani nelle Università.

Questa esperienza sicuramente ti ha cambiato la vita. Adesso che hai in qualche modo superato il tuo passato, come vedi il tuo futuro?
Ho molti progetti sul mio futuro. Adesso continuerò a far conoscere la mia storia: sono convinto che serva a me personalmente per diventare più forte, ma anche che possa essere utile agli altri, sia per sensibilizzare la società, ma anche per aiutare i soldati che tornano dalla guerra a sentirsi meno isolati.
Spero comunque di continuare a lavorare per l’esercito, possibilmente nell’ambito medico: soprattutto per migliorare gli aspetti che riguardano l’educazione psicologica dei soldati.

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