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Sopravvivere alla vita

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“Rabbit Hole” traccia il confine sottile tra disperazione e speranza, è l’incontro tra la morte e la vita, la comunione tra gioia e tristezza. Non è semplice mettere insieme emozioni e stati d’animo così diversi, ma la regia delicata e fine di John Cameron Mitchell arriva al traguardo e raggiunge tutti gli intenti promessi. Senza intrappolare i sentimenti in compartimenti stagni, Cameron-Mitchell tra le sue mani modella una storia tanto semplice quanto potente di una famiglia distrutta che cerca di ricostruirsi partendo dalle cose semplici quotidiane. Una quotidianità che per Howie e Becca Corbett costa fatica e dolore, ma che con la volontà di condividere il loro dolore, seppur con tempi e modi differenti, troveranno la forza di affrontare.

“Rabbit Hole” forse inizia al momento della sua conclusione, quel finale aperto che lascia intendere tutto il contrario di tutto: Becca e Howie si buttano nella tana del coniglio sperando di poter raggiungere quella felicità che vorrebbero esistesse in uno dei tanti universi paralleli ai quali Jason, giovane sensibile studente che ha investito loro figlio, crede totalmente perché anche lui fa fronte tutti i giorni una realtà che sembra troppo grande e troppo opprimente.

“Rabbit Hole” è un inno alla vita esorcizzando la morte, un punto di arrivo che non vuole guardarsi alle spalle, ma forse più della morte di un figlio, “Rabbit Hole” racconta di una perdita di qualcosa che si è amato tanto e che non tornerà mai più e quel vuoto e il dilemma di come poterlo riempire. Un dolore immenso che non scompare ma che cambia, l’unico problema è capire come saperlo affrontare.
Un’esistenza tagliata in due che cerca di ricongiungersi a se stessa con la consapevolezza che il futuro non si potrà mai più progettare ma che sarà da costruire passo dopo passo con un “poi” infinito che non troverà pace ma solo rassegnazione, un peso da portare in tasca che accompagnarà il cammino di una vita.
Si soffre, e si ride, si piange e ci si commuove come se tutte le sensazioni toccate dai protagonisti fossero anche nostre, perché tutti hanno dovuto subire in qualche modo una perdita e “Rabbit Hole” non offre una soluzione ma un modo per sopravvivere nel modo meno difficile possibile, senza promettere falsi rimedi e ipocrite scappatoie.

Il vuoto e il peso che ci si porta dentro è quello delle persone che abbiamo amato e che sono andate via per sempre ma più universalmente di tutto ciò che credevamo sarebbe stato eterno e invece è sparito del tutto.
John Cameron Mitchell è sentitamente coinvolto e lo fa notare nella delicatezza e nella discrezione di seguire la storia nel suo naturale evolversi, senza forzature inutili e senza banali giochi di drammatizzazione. Non sarà certamente il suo film più sconvolgente, e non è certamente un film innovativo nel suo genere, ma la sensibilità di osservare mai in modo invasivo i personaggi e le situazioni rendono la sua regia una buona lezione di ottimo Cinema indie americano che senza fronzoli superflui e senza esagerazioni ritrare con semplicità una famiglia intrappolata in un limbo alla quale, pur nelle sue imperfezioni, ci si sente quanto mai più vicini. La telecamera scivola con dolcezza sui volti dei protagonisti, rimane sempre coerente alle circostanze e se con “Shortbus” aveva fatto, sotto questo punto di vista, un ottimo lavoro, qui se è possibile supera se stesso, con la differenza che pur nell’essere meno estremo risulta più commossamente legato ma contemporaneamente distaccato in modo lucido da non compromettere il risultato con una eccessivo coinvolgimento.
[PAGEBREAK] Ma John Cameron Mitchell non ha fatto tutto da solo, il merito va anche all’ottima sceneggiatura di Lindsay-Abair che con astuzia riadatta il suo dramma e le modifiche dovute e necessarie rimagono fedelissime agli intenti iniziali.
Il cast, c’è poco da dire, è ottimo. Un team di attori in stato di grazia, a proprio agio con un tema così difficile, cappeggiato da una strepitosa Nicole Kidman che non sbaglia un tono, uno sguardo, un gesto, esplora tutti i livelli possibili e tutta la vasta gamma di emozioni legate al suo personaggio. Vince due volte: come attrice e come produttrice, questo film è all’80% un suo lavoro. Dura ma lacerata, si può addirittura sentire quasi toccare la rabbia e la disperazione silenziosa che si porta dentro, non è mai eccessiva e regala momenti di pura recitazione.
Aaron Eckhart la segue, senza nulla da invidiare, riesce ad essere sensibile e determinato allo stesso tempo, con onestà e con convinzione interpreta il dolore di un padre intrappolato nel proprio passato.

Miles Teller è una giovane promessa, si sentirà parlare ancora molto di lui si spera perché vedendolo nei panni di Jason, accidentale assassino di Danny, fa venire un groppo in gola. Howie, Becca e Jason, tre anime perse che devono far fronte a una situazione molto più grande di loro, da superare insieme senza biasimarsi, senza accusarsi ma condividendo ciò che si portano dentro. Ognuno di loro sopravvive come può ma non possono e non devono trovarsi da soli.
“Rabbit Hole” insegna anche questo, quanto gli altri siano importanti per poter sopravvivere alla vita stessa, e soprattutto condividere ciò che si ha nel cuore aiuta a rendere “il poi” della vita più facilmente accettabile e più facile da digerire.
Un film che colpisce all’anima e al cuore, semplice ma forse per questo molto più potente. Esattamente come la vita.

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