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Qual è il senso della vita? Una risposta molto poco scontata a questa domanda esistenziale viene fornita da “Soul“, il quarto film del veterano Pixar Pete Docter, qui con la collaborazione alla regia e alla sceneggiatura di Kemp Powers; quest’ultimo ha visto adattato al grande schermo quest’anno anche un suo testo teatrale, nell’esordio alla regia di Regina King “One Night in Miami“.

I protagonisti di “Soul” sono due: uno è Joe Gardner (voce di Jamie Foxx), maestro di musica di una scuola media a New York ma col sogno di diventare un musicista jazz professionista; l’altra è l’anima 22 (Tina Fey), un’anima non ancora nata e senza alcuna intenzione di farlo, bloccata nel cosiddetto Ante-Mondo, la scuola preparatoria dove ogni anima trova la sua “scintilla” e definisce la sua personalità prima di venire al mondo. I loro destini si incrociano quando repentinamente Joe Gardner muore e, riuscito a scampare all’inesorabilità dell’oltretomba, va rifugiarsi proprio nell’Ante-Mondo dove arcangeliche/burocrati figure bidimensionali (che ricordano La Linea di Osvaldo Cavandoli) lo assegnano alla scontrosa 22.

© 2020 Disney/Pixar. All Rights Reserved.

Con “Soul” risorgono i sogni di maturità dei Pixar Animation Studios, abbandonati nel lontanissimo 2007 con “Ratatouille“, il loro ultimo film spiccatamente adulto. È soprattutto un riscatto dal precedente film di Pete Docter, “Inside Out“, dove l’allegoria era neurologica più che spirituale, schematica più che suggestiva, i personaggi umani ininfluenti e il design poco ispirato in sé e più riferito a stili vintage che a una ingegnosa astrazione. “Soul” invece rompe la barriera che separa astrazione e realtà, i personaggi dei due mondi ultraterreni interagiscono, le loro nature sono organiche l’una all’altra e nessuno dei due mondi è decisivo sull’altro (o lo sono entrambi). La storia si sviluppa spingendo all’esasperazione questa dualità: da una parte questo è causa della comicità di esagerazione (sia quando Joe esplora l’Ante-Mondo, sia quando 22 ha modo di esplorare la Terra), dall’altra è causa del sottotesto malinconico tanto comune alla vita contemporanea: non conoscere il proprio scopo (è il caso di 22) o conoscerlo e non riuscire a raggiungerlo (è il caso di Joe Gardner). Non c’è spazio per il tradizionale villain: l’angoscia di vivere è meschina abbastanza. Come tirare a campare, allora?

© 2020 Disney/Pixar. All Rights Reserved.

Un’altra evidenza di maturità in questo film è il trattamento riservato alla musica, raccontata e suonata. Il mestiere e la passione del protagonista trovano una rappresentazione multisensoriale sullo schermo: dall’animazione, col dettaglio delle sue dita sulla tastiera e le sue esperienze di trance, alle ambientazioni come l’Half Note, il locale dove Joe ha la possibilità di esibirsi con una sassofonista d’eccezione, Dorothea Williams (voce di Angela Bassett), fino ai flashback sull’iniziazione di Joe al jazz. Tutte le composizioni musicali di Joe ascoltate nel film sono del pianista Jon Batiste, che ha servito anche da consulente culturale del film: uno dei tantissimi consulenti culturali, tutti riconosciuti nei titoli di coda, a segnare il cambio di rotta in Pixar dopo gli scandali delle molestie sessuali e della sottorappresentazione delle minoranze che hanno stravolto l’industria del cinema in America.

© 2020 Disney/Pixar. All Rights Reserved.

La colonna sonora extradiegetica è invece di Trent Reznor e Atticus Ross, le anime (scusate il gioco di parole) dei Nine Inch Nails, premi Oscar per la colonna sonora di “The Social Network“, e al loro primo film d’animazione. Anche in questo caso meglio che in “Inside Out“, le sonorità elettroniche del duo sono perfettamente complementari alla psichedelia delle scene dell’Ante-Mondo.

Un contributo al tappeto musicale ma anche culturale del film è venuto anche dal rapper Questlove che, oltre a dare la voce al giovane batterista Curley, ha curato anche delle playlist musicali servite, ad esempio, in una scena tanto discreta quanto memorabile, quella dal barbiere abituale di Joe, Cuz.

I paletti imposti dall’esigenza di universalità disneyiana si sentono ancora, però. Tante epifanie sono ancora commentate didascalicamente, e tanti (ma non tutti) sono angoli smussati. Ciò non oscura però i tanti momenti inaspettatamente audaci, alcune raffinatezze drammaturgiche come il doppio finale, e un certo orgoglio newyorchese che non si limita a fare da sfondo. Con “Soul” finalmente un film Pixar torna a essere competitivo e rilevante fra le opere cinematografiche del suo tempo, torna pioniere dell’animazione e non si adagia sulle formule consolidate, una condanna sempre incombente per l’animazione.

Soul“, suo malgrado, sarà anche il primo film Disney e Pixar di grosso calibro distribuito principalmente per la visione domestica. Inizialmente previsto al Festival di Cannes, ha debuttato al BFI London Film Festival e in Italia alla Festa del Cinema di Roma, e sarà infine incluso nell’abbonamento alla piattaforma Disney+ dal 25 dicembre 2020 in tutti i territori dove è attivo il servizio (Italia inclusa); altrove, più tardi e pandemia permettendo, uscirà nei cinema.

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