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Southern movie

Al di là del titolo eponimo – e delle logiche che reggono le candidature dell’Academy – il vero protagonista celato di “Django Unchained” è il Doctor King Schultz, alias Christoph Waltz, un tedesco cacciatore di taglie per conto del governo americano. Soprattutto da un punto di vista concettuale: Schultz è il fantasma dell’Europa che obbliga Django/Tarantino a ri-guardare sotto un nuovo aspetto la propria storia e – soprattutto – il proprio cinema e il modo in cui il cinema racconta una determinata storia (e Storia). È un bagno oggettivo in una cultura differente (Wagner, Gunther e Brunilda) per guardare la propria secondo nuove prospettive.

È per questo che il concetto di omaggio allo spaghetti western sta stretto a “Django Unchained”, nonostante sia evidente che i proiettili di Tarantino portino incisi i nomi dei padri di quel genere. Ma i suoi film sono sempre molto di più (e molto altro) rispetto alla somma dei suoi referenti. Ciò che ammiriamo nella sua filmografia è la digestione personale di una miriade di spunti che approdano poi a una torta che può ricordare nel retrogusto le fonti, ma che in realtà ha tutt’altro sapore. Anche perché si compone di spezie che arrivano da altre galassie che possono essere lo “Spartacus” kubrickiano (l’incipit del film tra le rocce accecanti cotte dal sole) o colonne sonore di war-movie: in fondo se l’epopea bellica precedente era commentata da musiche di western spaghetti, perché allora il suo omaggio diretto al genere non può essere sottolineato dal tema di “Sotto tiro“?
[PAGEBREAK] Senza contare i debiti che Tarantino ha verso se stesso: anche se in misura minore rispetto a “Bastardi senza Gloria“, “Django Unchained” riporta l’attenzione sulla questione linguistica che all’apparenza sembra sorta col film precedente solo perché presentava per la prima volta rispetto agli altri (“Kill Bill Volume 1“, escluso) un certo cosmopolitismo. Come se i tre film precedenti non vivessero delle varianti dell’inglese losangelino e delle sue molteplici sfumature socioculturali – un discorso a parte meriterebbe l’utilizzo dell’African American Vernacular English, che realizza le sue sceneggiature in meravigliose melodie rap specie quando evocate dall’ugola di Samuel L. Jackson, che ritroviamo in “Django Unchained”, progenitore caricaturale prima che genetico di tutti gli altri neri del cinema tarantiniano. Sono questioni di casting che vanno ben al di là della strizzata d’occhio allo spettatore, sono capitoli di una storia parallela, di un’incursione nell’America, nel cinema e nella cultura pop dentro i binari di una mente creativa che anche quando accetta elementi estranei li assorbe alla sua volontà.

D’altro canto, per tornare alla colonna sonora (qui il nostro approfondimento), essa è equamente divisa tra eredità dallo spaghetti western e nuove composizioni che odorano di r&b, un’eco che rimanda con forza a quello che era stato il trionfo dell’omaggio alla blaxpoitation di “Jackie Brown”. La cultura black è talmente importante nella creatività tarantiniana da richiedere composizioni originali e nel mettere a cavallo del suo western un personaggio di colore e succhiare le atmosfere di Ford e Leone per raccontare lo schiavismo.

E non è un caso che su questo argomento verta un altro degli appuntamenti fissi del cinema di Tarantino. Spetta a Leonardo DiCaprio l’importante onere di recitare uno dei verbosi monologhi cavillosi per cui sono famosi gli script di Tarantino quando, come un Caligola della Louisiana, tiene un’esposizione frenologica sulla negritudine o quando si esibisce in alcuni di quei catchphrase che diventano immediatamente virali.
[PAGEBREAK] Il valore di questa pioggia di parole sta nelle parole stesse e nella sintassi speciale che le caratterizza. Sarebbe infatti errato dare troppo spessore all’aspetto storico o alla questione morale. Rispetto ai personaggi che l’hanno preceduto, senza dubbio Django Freeman è animato da una tensione morale più solida e nel corso del film subisce una certa evoluzione/maturazione sulla natura dello schiavismo (intrecciando e scambiando il proprio ruolo con Schultz che nel finale rinuncia al proprio approccio intellettuale per sposare quello emotivo del suo compagno d’avventura). Ma pretendere di più da queste figure sarebbe fuori contesto. Django è liberato dalle catene della schiavitù, non da quelle della finzione. In fondo anche durante il film non fa che interpretare di volta in volta un personaggio diverso, secondo le direttive del suo capo circense tedesco.

A liberarsi dalle catene dei preconcetti, a fine proiezione, è in realtà lo spettatore e in particolare quello spettatore che si definisce tarantiniano a sproposito. “Django Unchained” è la quintessenza del cinema del regista, spesso ingabbiato in schemi preordinati, e che invece post visione rivela un’anima del tutto diversa (e coerente con la vera realtà della sua filmografia). Tarantino deve smantellare, polverizzare e riscrivere per quasi tre ore alcuni cliché del western e dello spaghetti western per approdare a una spiaggia diversa e renderci consapevoli del fatto che il suo film è altro. In fondo è questa la competenza di un grande regista, modificare i nostri preconcetti sul mondo ma prima di tutto – specie per un universo chiuso come quello di Tarantino – sul proprio cinema.

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