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Spazio alle donne

Figlia e sorella d’arte, la Comencini sbarca al lido con Lo spazio bianco, film tratto dal libro di Valeria Parrella.

Che cos’è per te “lo spazio bianco”?
È una pausa carica di tensione, è un intervallo in cui non succede nulla; sei costretto a stare fermo ma corri molto più di quando ti agiti. Per Maria (Marguerita Buy) è l’intervallo tra la vita e la morte della sua bambina, è un’attesa che sembra non avere un senso, ma che non si può saltare. Il film è tratto dal libro di Valeria Parrella, è stato un flusso d’energia femminile che da lei è passato a me e poi a Margherita.

Si può parlare di un film politico?
Sicuramente non in senso stretto: ha un’origine molto intima ed emotiva. Forse, però, se una regista italiana parla di femminilità, il suo film diventa necessariamente politico…questo può essere, ma non era il mio intento principale. Ho cercato di eliminare gli stereotipi che accompagnano le donne nei film: sono ammirate per la loro bellezza, per il loro fascino, in quanto attrattiva per gli uomini. Io credo sia tempo di cambiare.

I tuoi personaggi sembrano imbevuti di solitudine, di sensi di colpa…
No, non la chiamerei solitudine. Forse Maria all’inizio è sola, ma è la condizione che vivono molte donne, non sposate, oltre i quarant’anni. Maria però riesce a buttare giù quel muro, da quando rimane incinta cresce in lei il senso materno e, prima ancora di prendere in braccio la sua bambina, diventa molto più paziente con gli altri.

Le figure maschili, nel tuo film, hanno poco a che fare con la maternità: è un giudizio contro il mondo maschile?
No. Maria è lasciata dal padre del bambino e accetta la cosa senza portargli rancore, Fabrizio, il suo migliore amico, non l’abbandona. Non voglio condannare gli uomini, anzi: spero di aver gettato le basi per un rapporto più paritario, meno dipendente. Fabrizio è fraterno, intimo, sensibile, fa la spesa e paga le bollette: credo che un’amicizia così sia possibile, lo spero.

Quale criterio hai usato per la scelta della musica?
Essendo nato da un impulso emotivo, a differenza dei miei film precedenti, ho sentito la necessità di curare di più la forma e le musiche. Il mio intento era quello di ricreare alcune delle atmosfere che ho vissuto in prima persona, dopo aver partorito. Per esempio, quando Maria cammina per strada e la città sembra deserta: è la sensazione che ho provato dopo la nascita della mia seconda figlia, appena uscita dall’ospedale mi sembrava che esistessimo soltanto noi due. C’è qualcosa di trascendente nel parto, vedi la vita che sta dietro ad ogni cosa; purtroppo dura poco!

Perché Napoli?
La storia è legata a quella città, Valeria viene da Napoli e lì ha scritto il suo libro. Non avrebbe avuto senso ambientarlo altrove, l’avrei snaturato. Per me Napoli è un “utero italiano”, ha una fortissima carica di maternità: nonostante tutta la violenza non è riuscita a diventare brutta, continua a resistere. Ho cercato delle inquadrature poetiche, non volevo concentrarmi sul problema sociale.

È stata automatica la scelta di Margherita Buy?
Si, abbastanza. Margherita è un’attrice splendida e non avevo mai avuto l’occasione di lavorare con lei. L’ho scelta in quanto imprevedibile: volevo sfatare il cliché della donna napoletana focosa e prosperosa. Margherita può sembrare distaccata, quasi fredda: era perfetta. Non è seduttiva, non vuole piacere: ogni tanto è una ragazzina e il momento dopo sembra troppo vecchia. È una donna che se la sa cavare da sola, non aspetta qualcuno per risolvere i propri problemi.

Come hai fatto a farla spogliare?
È stato difficile, davvero difficile, ma io sono stata irremovibile: volevo che si sedesse, nuda, di fronte al bambino, volevo che lo guardasse e che in quel momento iniziasse il suo percorso verso la maternità. Margherita si vergognava molto, l’unico modo per convincerla è stato quello di spogliarmi anch’io, abbiamo girato così: io e lei nude con in mezzo questo bambino, tutto imbacuccato, dentro al passeggino.

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