Home > Recensioni > Speedy Gonzales: Electric Stalker

Invecchiato d’annata, ormai un po’ liquoroso!

1990. La storia degli Speedy Gonzales ha inizio con l’incontro tra il guitar hero Tommy Denander (Radioactive), decorato con l’Award di migliore chitarrista dalla rivista svedese “Aftonbladet”, e Thomas Vickstrom (Talk of the Town, più tardi militante con Candlemass e Brazen Abbot). L’unione dà alla luce una demo tape, accolta favorevolmente dal pubblico e dalla critica. Fine della storia. Si, perché è nello stesso 1990 che la neonata band si scioglie per contrasti interni. Intermezzo lungo quindici anni.
2005. Sanate le antiche ferite, il nocciolo duro della band si ricompatta per riproporre, riarrangiare e ri-registrare, le medesime song incluse nell’ormai storica ed introvabile demo, insieme a quattro nuove canzoni. La line up si arricchisce del contributo di Marcel Jacob (Talisman) al basso e di Daniel Flores (Mind’s Eye).
Risultato originale, ma forse è meglio dire bizzarro. Si sente infatti, e non certo per cosciente proposito, una eterogeneità tra le composizioni, che è piuttosto disorganicità. Che ci fanno i Kiss in mezzo ai Judas Priest ed una camaleontica ugola che riesce ad imitare discretamente Halford per poi tornare su toni meno urlati? Quel che c’è di buono in tutto ciò è che il gruppo tira fuori un ottimo materiale. Brani che restano in testa e non si schiodano facilmente, che in definitiva fanno perdonare anche quelle pecche di produzione e di scelta della tracklist.
Forse, l’impatto doveva essere maggiormente convincente alle soglie degli anni 90, quando i neofiti del genere, con l’esperienza del rock’n’roll dei G’N’R alle spalle, e con l’uscita di Painkiller dall’altro, agognavano sonorità graffianti e nello stesso tempo melodiche.

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