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Spider-Man: Far From Home

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«La fine è parte del viaggio», diceva Tony Stark in “Avengers: Endgame”. La fine dei giochi, dell’Infinity Saga, del Marvel Cinematic Universe come lo abbiamo conosciuto. Allora, era difficile capire perché la Fase Tre si sarebbe conclusa ufficialmente con “Spider-Man: Far From Home”, seconda avventura del reboot Marvel (in accordo con Sony, che ne detiene i diritti) del nostro Amichevole Uomo Ragno di quartiere, ancora una volta diretta da Jon Watts (“Homecoming”, “Cop Car”, “Clown”).  

Da quel punto di vista, “Endgame” ci era sembrato abbastanza definitivo ed eravamo già pronti a immaginare dove ci avrebbe portato la Fase Quattro. Tuttavia, a livello emotivo, qualcosa era rimasto sospeso. Delle conseguenze di eventi tanto radicali e traumatici da trasformare completamente l’MCU non ci era stato niente. 

Ed ecco che arriva “Spider-Man: Far From Home”, subito dopo “Endgame”. Al film di Watts viene affidato il compito di elaborare il trauma e trasformarlo in nuova energia propulsiva

Scelta curiosa, per un film che si propone, fondalmente, di essere una commedia scolastica. E anche piuttosto romantica, perché al centro della storia c’è la cotta di Peter Parker (Tom Holland) per MJ (Zendaya). E cui può dargli torto! 

Tuttavia, se quello del primo film da solista, “Homecoming”, era un metaforico ritorno a casa, in quell’universo Marvel condiviso che ha sempre un po’ patito la mancanza del Tessiragnatele, in “Far From Home” Parker viene, invece, trascinato fuori dalla propria zona di comfort. 

Geograficamente, questo è ovvio, perché questa nuova avventura, scritta con grande intelligenza e senso dell’umorismo da Chris McKenna e Erik Sommers, è ambientata non a New York, ma in Europa, tra Venezia, Praga e Londra, durante una gita scolastica. 

Siamo proprio dopo il Blip, come viene chiamato adesso dai giovani il ritorno di tutte le persone cancellate dallo schiocco di dita Thanos in “Avengers: Infinity War”.

Purtroppo, a parte qualche fugace riferimento alle conseguenze del Blip, questo aspetto interessantissimo della narrazione non riesce a trovare spazio in un film che, pur toccando diverse tematiche complesse, mette sempre al centro Peter. Le sue emozioni, i suoi sentimenti, la sua paura delle responsabilità, l’inquietudine per il futuro tipica della sua generazione.

Perché Peter si trova “lontano da casa” anche emotivamente, nel tentativo di scendere a patti con la scomparsa di Tony Stark, per lui più una figura paterna che un mentore, e l’aspettativa di chi lo ritiene “l’erede” di Iron Man. Ma Peter è un adolescente con desideri e priorità da adolescente ed è proprio questo il conflitto attorno al quale ruota “Spider-Man: Far From Home”. 

Ma al di là dei discorsi trasversali sull’MCU, “Spider-Man: Far From Home” non dimentica mai di essere, prima di tutto, una commedia adolescenziale e generazionale. E di quelle intelligenti e divertenti, che certamente guardano al passato del cinema, ma allo stesso tempo usano linguaggi e codici contemporanei. 

C’è, come in Homecoming, molto dello spirito delle commedie di John Hughes e Chris Columbus in questo nuovo capitolo che si ispira in modo abbastanza dichiarato a “National Lampoon’s European Vacation” (“Ma guarda un po’ ‘sti americani”, 1985), ma adattato ai gusti di quella Generazione Z che deve potersi identificare con i protagonisti. 

Questo è chiaro sia nella caratterizzazione dei personaggi e nel modo in cui si relazionano con il mondo circostante, sia nelle ultra-cinetiche e vertiginose scene d’azione, con evoluzioni che ricordano quelle del videogioco di Insomniac Games uscito nel 2018 per PS4 (tra l’altro omaggiato nel film).

Le scene che coinvolgono Mysterio (Jake Gyllenhaal), poi, colpiscono per la ricchezza visiva. La particolare natura del personaggio – che i lettori di fumetti conoscono bene ma che non voglio rivelare per non rovinare la visione ai soli spettatori – permette a Watts una libertà di sperimentazione visiva pari, almeno all’interno nell’MCU, solo a quella dimostrata da Scott Derrickson in quel lisergico trip che era “Doctor Strange”. 

E proprio il personaggio di Mysterio funziona da aggancio per affrontare in maniera sì semplificata, ma non scontata, un tema attuale e complesso, quello della manipolazione delle informazioni. Così, anche come “Homecoming”, anche “Far From Home” dimostra una certa attenzione per questioni sociali. 

Purtroppo, però, questa incarnazione di Spiderman deve fare i conti con l’essere parte di un universo cinematografico con regole precise, costruito alla figura di un ricco industriale carismatico. Se nel primo film si poteva ancora scorgere almeno vagamente il working class hero del Queens, un ragazzo con problemi concreti del fumetto, qui si perde nel riflesso di un Tony Stark ancora – per ovvi motivi – molto ingombrante. 

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