Home > Recensioni > Spider-Man: Homecoming

Il terzo tentativo è quello giusto. Là dove Sam Raimi non aveva mai convinto davvero, rimanendo incastrato per ben tre film in una produzione che, probabilmente, non era nelle sue corde, là dove il regista di “(500) giorni insieme” Marc Webb, nel tentativo di aggiornare il fumetto, sulla via del teen movie romantico, aveva fallito su tutta la linea, Jon Watts, classe 1981, riporta finalmente a casa Spider-Man. Homecoming, appunto. 

L’avevamo già notato con “Clown”(2014) e “Cop Car” (2015). Watts ci sa fare. Come molti registi della sua generazione, è venuto su con lo stesso cinema con cui siamo cresciuti noi e ne ha assorbito l’essenza. Ma come pochi hanno fatto, sembra riuscito a trarre degli insegnamenti da quel tipo cinema, senza imitarne l’estetica, ma confezionando film onesti, personali e contemporanei.

E dopo un piccolo slasher con venature body horror e dalla storia produttiva bizzarra (un finto trailer pubblicato su YouTube e attributo ad Eli Roth diventato davvero un film prodotto da Roth), un film di formazione per ragazzi che sfocia nel thriller, arriva il cinecomic ad alto budget. 

Non un adattamento qualsiasi. “Spider-Man: Homecoming” ha sulle spalle il peso di riportare sul grande schermo uno dei supereroi più amati dal giovane pubblico, quello con il quale è realmente possibile identificarsi. Non un miliardario con l’armatura, non un supersoldato, non un dio, solo Peter Parker, un ragazzo con i problemi di un ragazzo. Scuola, amici, le prime cotte, il ballo di fine anno (l’Homecoming del titolo). Praticamente, il protagonista di film di John Hughes con i superpoteri. 

Ed è proprio a Hughes che guarda Watts per costruire il mondo intorno a Spider-man, non solo citando direttamente l’inseguimento di “Una pazza giornata di vacanza”, ma trovando la propria ispirazione da pellicole come “Bella in rosa” o “Breakfast Club” e riuscendo, nello stesso tempo, a parlare al pubblico di oggi. 

“Spider-Man: Homecoming”, come era prevedibile, non perde tempo a raccontarci ancora una volta le origini dell’eroe, ma inizia lì dove avevano incontrato per la prima volta questo nuovo, giovanissimo, Uomo Ragno (Tom Holland), durante lo scontro con Capitan America in “Civil War”. Questa volta, però, è il punto di vista di Peter Parker ad essere raccontato dalla camera del suo cellulare, in una sequenza d’apertura che mostra fin da subito la natura di questo reboot.

Attualizzare sembra essere la parola d’ordine di “Spider-man: Homecoming”, che ci regala finalmente un Peter Parker credibile. Merito, è il caso di dirlo, di una sceneggiatura che restituisce al personaggio quell’ironia e leggerezza che lo ha sempre contraddistinto e, sopratutto, di un Tom Holland incredibilmente adatto alla parte. 

I puristi potranno storcere il naso di fronte ai cambiamenti abbastanza rilevanti rispetto al fumetto creato da Stan Lee e Steve Ditko, come quel Flash Thompson (Tony Revolori) così diverso dal suo alter ego cartaceo, una zia May (Marisa Tomei) mai così sexy e la mancanza di personaggi iconici o punti di riferimento come il Daily Bugle. 

Tuttavia, non sono sicura che maggior aderenza al fumetto avrebbe giovato al film. Ho sempre considerato i fumetti come una sorta di mitologia moderna, in cui convivono diverse tradizioni dell’eroe, per natura mutevoli in base ai tempi che cambiano. È proprio quello che accade in questo nuovo film dell’arrapicamuri, che inserisce in modo estremamente intelligente Spidey nella contemporaneità e nel Marvel Cinematic Universe, senza rinunciare alla sua dimensione sociale di “Amichevole Uomo Ragno di quartiere”, eroe springsteeniano della working class.

Anche la nuova incarnazione dell’Avvoltoio (Michael Keaton) come piccolo imprenditore di ceto medio diventato un criminale per reazione, privato dal governo e dalle Stark Industries della sua principale fonte di reddito, risponde a tale esigenza.

In questo senso, “Spider-Man: Homecoming” è un film molto diverso dai precedenti, perché si inserisce prepotentemente nella quotidianità, mettendo al centro quella gente comune che solitamente, nei film di supereroi, vediamo scappare sullo sfondo. 

Michael Keaton, che con i supereroi alati ci sa decisamente fare, riesce finalmente a dare spessore ad un antagonista Marvel, forse il migliore visto in questi sedici capitoli, mentre Robert Downey Jr., nel ruolo inusuale – almeno per Tony Stark – del mentore/figura paterna (molto meno concentrato sul tema delle responsabilità derivate da grandi poteri dello zio Ben di Raimi, ma attento alla crescita personale di Parker), fa quel che deve senza soverchiare il giovane protagonista, sulle cui spalle poggia l’intero film.

“Spider-Man: Homecoming” è un film estremamente divertente che ha il merito di donare freschezza al personaggio e di portare sul grande schermo il migliore – almeno  in questo momento storico della Casa delle Idee – degli Spider-Man possibili. 

È doverosa una menzione speciale per i bellissimi titoli di coda animati sulle note di “Blitzkrieg Bop” dei Ramones, che dimostrano quanto Watts, anche se imbrigliato nella rigida struttura narrativa tipicamente Marvel, sia un regista con talento e personalità.

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