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Spietati o mistici, un antidoto per la realtà

“I Mistici Dell’Occidente”: per Elemire Zolla è il titolo di una raccolta, un’antologia di mistici occidentali, di personaggi pagani o padri della chiesa che hanno cancellato la norma del vivere, la coscienza dell’io e hanno proclamato lo stato mistico come norma dell’uomo. Per i Baustelle è la chiave rivoluzionaria per capire meglio questo presente, anch’esso antologico e riguardoso nei confronti di citazioni usate con prudenza e con la delicatezza necessaria.

Il difficile compito di superare in qualche modo un album sontuoso, eclettico e pure moderno come “Amen” si è risolto felicemente valorizzando ancor di più che in passato la melodia, ed armonizzando la veste estetica ora più omogenea.

Quartetto d’archi, un coro ed alcuni fiati: l’atmosfera calza la canzone d’autore dei Baustelle come una musica di Ennio Morricone in uno spaghetti western. Ci sono divagazioni tematiche, ma la radicalizzazione della varietà di stili sposta la valutazione decisamente sul valore della musica in sé. Ed è qui che “I Mistici Dell’Occidente” vince la scommessa.

Tutto questo ha significato anche un primo impatto meno scenografico: in pochi hanno capito nell’immediato il potenziale di un brano come “Gli Spietati“, retto da una semplice melodia di archi, dalla vena più cupa ed intimistica rispetto ai precedenti singoli. Il primo rimprovero mosso è stato sulla prevedibilità, ma la cosa che doveva balzare all’orecchio era come nel tempo il brano non rischiasse di stancare. Anzi, la longevità aumenta di pari passo ai ripetuti ascolti che fanno compenetrare anche il testo.

Ne “Gli Spietati” si respira una rassegnazione empatica attraverso la maniera con cui vengono eseguiti l’andamento musicale e l’interpretazione cantata; si ritrova la canzone italiana di Branduardi (a chi non ha ricordato un po’ “Il Viaggiatore”?) ed un omaggio a Battiato sul finale. Ma andiamo oltre.

L’inizio è con un colore, “L’Indaco“, un arioso brano che paga dazio al prog rock dei Pink Floyd sia nell’arpeggio chitarristico, sia nel flautato finale. Fa parte del misticismo anche il saper credere “nell’azzurro oltre le nubi”, dove si trova la vastità del mare “al di là di Gibilterra”, per superare gli spettri dell’angoscia e della morte. Ne “La Canzone Della Rivoluzione” troviamo echi de “Vamos A Matar Companeros” di Ennio Morricone; e ancora il Maestro può essere rintracciato nelle melodie, un po’ meno nella forma ritmica, della quasi-marcia “La Bambolina” e nelle sinuosità di “Groupies“, che drammatizza con la vita presa per gioco ed il desiderio di una felicità non effimera.

Gli intermezzi più spensierati e più fuori dall’estetica generale sono “Le Rane“, divertissement molto fluido sulla nostalgia per come il tempo (o meglio l’età) segna la purezza ed i principi della vita, con un finale sorprendente; “L’Estate Enigmistica“, dinamica e di facile ascolto, grazie alla ritmica sempre pronta a ripartire ed a districarsi tra rime semplici ed un autocompiaciuto uso della fonetica; e quindi “San Francesco” che antepone al ritornello grave ed accorato una strofa dall’incedere chitarristico rock, ammorbidita da delle inconsuete armonie di archi. La forma migliore per raccontare all’ascoltatore che l’esperienza non è tutto. Che “quel che impari dalla vita non è vero

I più classici Baustelle, capaci di stemperare atrocità crude in eleganti melodie strappate alla tradizione di De Andrè, si incontrano ne “I Mistici Dell’Occidente“; poi nella decadente “Follonica” che descrive, cinica, il languore di un amore caduto in rovina fino a scivolare nelle note ripide del ritornello, mimesi perfetta del relativismo disorientante della dissolutezza. [PAGEBREAK]

Senza tralasciare la perla de “Il Sottoscritto“, un grande momento quasi autobiografico di Bianconi dove la canzone dei Baustelle si fa grande, umana. Dove i timbri degli strumenti incarnano ruoli ben definiti: il pianoforte fa disciogliere in dolcezza l’ammissione, la confessione ed il dialogo interiore; gli archi abbracciano la passionalità ed i fiati rilanciano la speranza in una seconda possibilità.

C’è il gran finale, e è spesso un classico. Non è un caso che “L’Ultima Notte Felice Del Mondo” non suoni particolarmente Baustelle, o che il suo carattere sia piuttosto sbiadito rispetto al gusto della canzone in sé. Ricorda “La Canzone Dell’Amor Perduto” del già citato Faber, e c’è qualcosa anche da “You Don’t Have To Say You Love Me” del Re, Elvis Presley. Ma è il messaggio quello che conta, quello di un amore talmente folle da potersi vivere “come fosse l’ultima notte felice del mondo, l’ultima notte importante”, capace di sconfiggere la consapevolezza di essere soli da sempre.

“Domani è lontano, se mi ami ora”, dicevano appunto i Baustelle del Sussidiario; e sebbene il loro misticismo narrato oggi porti, attraverso la follia della visione, un rinnovato feroce attacco alla patologica società moderna, nella loro musica resiste anche l’intensità del privato . Grazie ad un’esplorazione dell’amore che si può definire inedito, nei modi e nei contenuti, per il gruppo di Montepulciano.

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