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«The broken are the more evolved». Che le persone danneggiate, fisicamente o interiormente, si dimostrino le più evolute e pronte ad affrontare pericoli e paure non è una novità nel cinema di M. Night Shyamalan: pensiamo allo scontro finale di “Signs”, al viaggio della protagonista cieca di “The Village”, o al piano architettato dal fragilissimo Mr. Glass (uomo di vetro, ma anche specchio) di “Unbreakable” per individuare il suo opposto indistruttibile.

In “Split”, prodotto come il precedente “The Visit” dalla Blumhouse di Jason Blum, ad essere broken è il cervello di Kevin (James McAvoy) che, in seguito agli abusi subiti ripetutamente nella primissima infanzia, ha sviluppato ventitré personalità. Alcune socialmente accettabili, altre no. Se questa frammentazione mentale debba significare debolezza o una forza sconosciuta agli esseri umani normali è la domanda che si pone la dottoressa Fletcher (Betty Buckley, con Shyamalan già in “The Happening – E venne il giorno”), che da tempo ha in cura Kevin. E Barry, e Dennis, e il piccolo Hedwig, e la signora Patricia, e…

Come nei film più personali di Shyamalan (in particolare “Unbreakable”, che il regista descriveva come un unico primo atto), in “Split” succede poco ma il racconto per immagini (sempre notevole il lavoro sulle inquadrature) dice molto: il cuore del film sta nello scontro ambiguo e violento tra Kevin e la giovane Casey interpretata da Anya Taylor-Joy, che quest’anno abbiamo già visto nell’acclamatissimo horror “The Witch” di Robert Eggers (e tra l’altro un’analisi che mettesse a confronto i due personaggi sarebbe piuttosto interessante). Anche Casey è broken, e in modo simile al tormentato bambino del “Sesto senso” potrà far leva solo sulla propria empatia per avere una speranza di salvezza.

Stilisticamente, “Split” prosegue sulla strada già tracciata da “The Visit”: un progetto piccolo, anche in termini di budget, che coinvolge molti professionisti alle prime esperienze cinematografiche importanti (ad esempio il montatore Luke Ciarrocchi), e sceglie un approccio drammatico più secco rispetto agli struggimenti di “The Village” (in questo senso anche il ruolo della colonna sonora è cambiato molto da quando si è interrotta per Shyamalan la collaborazione con James Newton Howard) e alle atmosfere apertamente fantastiche e soprannaturali di “Signs”, “Lady in the Water” o “After Earth“.

E la sorpresa finale, che dal “Sesto senso” in poi ha caratterizzato nel bene e nel male (i detrattori ci sono sempre stati, in particolare nel periodo di “Lady in the Water”) più di un film del regista? C’è, ma non si tratta di un vero e proprio colpo di scena. Potremmo definirla piuttosto un’indicazione di lettura, che ci fa riconsiderare quanto abbiamo appena visto, dà a “Split” una collocazione interessante rispetto alla filmografia precedente di Shyamalan, e rende molto difficile scrivere questa recensione. Perché qualunque considerazione approfondita sul confronto con l’altro da sé (o l’altro dentro di sé, in questo caso), sulle immagini speculari (altra ossessione di Shyamalan, al pari dei contrasti cromatici) e sul vedere come atto di conoscenza e responsabilità rischierebbe di finire rovinosamente in zona spoiler.

“Split” esce il 26 gennaio (a Roma l’abbiamo visto in anteprima abbinato a un incontro pubblico con l’autore): se amate Shyamalan, correte. Vi darà molta gioia.

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